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FINANZA/ La "fregatura" (nascosta) della fusione Wind-3 Italia

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Sta di fatto che, in questo susseguirsi di eventi e di colpi di mano, la pietra miliare di Telecom è stata il suo debito e l’atteggiamento dei regolatori (di ispirazione governativa) attorno alla ex-Sip e ai suoi concorrenti è stato quello di una sostanziale permanente protezione. Tutti avevano paura di un default di Telecom, era necessario lasciarla sguazzare nel suo monopolio sulla rete fissa (ha ancora il 60% del mercato) e non disturbarla troppo sul mobile, dove i concorrenti erano forti ma potevano essere tenuti a bada con le mille norme dell’Autorità per le comunicazioni, che regola addirittura l’80% delle voci di ricavi di una grande società di telefoni.

Nel 1995, infatti, diventano disponibili per il pubblico i servizi di Tim e Omnitel, che si spartiscono o quasi il mercato. Quando nel 1997 Wind si affaccia sul mercato della telefonia, si trova a lottare contro due colossi e la loro “macchina del fango”: Tim è la società europea di tlc con il più alto numero di clienti, Omnitel è passata dai 54.000 clienti del 1995 al milione del 1997 e nel 1998 ha un fatturato di 4.500 miliardi, un utile di oltre 780 miliardi e più di 5.500 dipendenti. Entrare nel mercato non è facile, tanto più se si deve passare tra Scilla e Cariddi. E infatti a Wind non viene regalato nulla, anzi. La capacità imprenditoriale di Franco Tatò - che ha fortemente voluto investire in questa realtà - permette alla compagnia telefonica di raggiungere traguardi ragguardevoli, restando per anni la Cenerentola delle compagnie di telecomunicazione italiane. Ma contro l’azienda sparano tutti: è pubblica, ha dentro gli stranieri (France Telecom e Deutsche Telekom), cosa vuole dal mercato?

Nel 2000, il Governo Amato lanciò il beauty contest sulle frequenze 3G, la tecnologia Umts che avrebbe rappresentato un autentico spartiacque, agevolando il passaggio epocale dal semplice cellulare allo smartphone. Le licenze furono vendute a carissimo prezzo (circa 4.700 miliardi di lire) e se le aggiudicarono cinque soggetti: Tim, Vodafone, Wind, Ipse (fallita nel 2004) e Andala, una società in cui l’azionista di riferimento diventa quasi subito il colosso cinese Hutchison Wampoa. Wind e, dal 2003, H3G, hanno cercato di resistere, alla difficoltà oggettiva di competere con due colossi di quelle dimensioni utilizzando l’unico strumento che avevano in mano, cioè la leva del prezzo. Così, se oggi si prova a comparare l’offerta in abbonamento di Wind e H3G, da una parte, e di Vodafone e Tim, dall’altra, si vedrà chiaramente che la differenza c’è ed è anche sostanziale.

Ma la leva del prezzo, da sola, basta a fare utili? A spulciare i bilanci sembrerebbe proprio di no. Wind ha chiuso il 2014 con 10 miliardi di debito (in aumento) e il primo trimestre del 2015 con un Mol in calo del 5,5%. Vero, il 2014 si è chiuso con un fatturato di 4,66 miliardi e un risultato operativo positivo per quasi 600 milioni. Ma sono cifre che non basteranno mai a ripagare i debiti. H3G ha chiuso il 2014 in rosso di qualche decina di milioni ed è a sua volta indebitata, sia pure non verso le banche ma verso l’azionista unico, che non reclama interessi: ma sognerebbe una redditività che finora non c’è mai stata, in 14 anni. Eppure, l’Ebitda di entrambe le società - quasi il 30% per Wind, verso il 20% per H3G - è di gran lunga migliore rispetto alla marginalità di cui possono disporre i big di tanti altri settori, per esempio l’automotive, che pure sanno farsela bastare anche per finanziare gli investimenti…


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