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SPY FINANZA/ La Bce sfida gli Usa (rischiando il ko)

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La scorsa settimana l'ex governatore della Bank of England, Mervyn King, ha detto chiaro e tondo che le Banche centrali stanno rischiando di trascinare con le loro azioni il mondo intero in una guerra valutaria: in realtà, già ci siamo. Il fatto è: se 60 miliardi di acquisti al mese non riescono a mantenere basso l'euro, a causa della natura globale di riserva del dollaro, quale sarà la mossa successiva? Quella preannunciata in maniera un po' grossolana da Coeure e Noyer ieri? In quel caso, stiamo freschi. Anche perché, oltre ad avervi spiegato come sia sempre più tecnicamente difficile per la Bce acquistare sul lungo termine, il rischio è che l'Eurotower azzardi la carta dell'aumento fino al -0,20% di rendimento della platea di carta eligibile all'acquisto: e se il caso greco dovesse mandare in tilt gli spread, quale sarebbe a vostro modo di vedere la reazione generale del mercato? 

La Bce lo sa e l'unica ragione per cui ha deciso l'aumento degli acquisti è spiegata nei grafici a fondo pagina: in maggio la fornitura netta di bond è la più alta dell'anno, quindi l'Eurotower vuole letteralmente inglobare tutto il possibile prima che si entri - come inevitabilmente accadrà - nella zona morta dell'emissione negativa che spedirà i rendimenti al ribasso al punto tale da dover abbassare davvero le pretese di eligibilità e comprare tutto, scassando completamente il mercato obbligazionario. Scommettete che dopo l'euforia di ieri, il mercato stesso comincerà a porsi delle domande - numeri alla mano - rispetto a questa scelta e gli spread torneranno a salire, così come la tensione? 

Inoltre, c'è da tenere conto un'altra variabile: gli Usa. Proprio da Wall Street stanno infatti arrivando silenziosi segnali di un timore crescente. L'ultimo ce lo offre l'Adx (Avarage Directional Index), di fatto un indicatore della forza (o dell'assenza di forza) di un trend prevalente in un determinato periodo, questo a prescindere della direzione del trend. Bene, un numero alto significa un mercato con forte trend, mentre basso il contrario e solitamente il periodo preso in esame è di 14 giorni. Le letture più recenti dell'Aadx applicato all'indice S&P 500 sono state tra le più basse degli ultimi 65 anni, di fatto indicando un mercato senza trend. Di più, per parecchi giorni nelle ultime due settimane l'Adx ha raggiunto quota 9 e dal 1950 a oggi questo livello è stato toccato soltanto in 42 giorni, ovvero lo 0,25% del totale. 

C'è poi un ultimo dato che dovrebbe far riflettere, ovvero il Q di Tobin. Esatto, il modello sviluppato dal premio Nobel, James Tobin, che compara il valore totale dei titoli azioni con il valore degli assets loro sottostanti, ad esempio impianti, magazzini ed equipaggiamenti (i cosiddetti replacement costs). In accordo al Q di Tobin, oggi le equities in Usa hanno un valore superiore di oltre il 10% rispetto ai replacement costs degli assets sottostanti, una situazione che si era verificata soltanto altre due volte: nel 1929 e nella bolla Internet. Pessimismo? Quasi certamente sì, ma cominciano a essere troppi i segnali del fatto che l'America del miracolo obamiano stia lasciando il passo a quella che dovrà fare i conti con la realtà, ovvero con un decoupling tra valore del mercato azionario e dati macro mai conosciuto. Sicuramente finirà tutto bene grazie alla bacchetta magica della Fed, ma le prime crepe nel muro dell'ottimismo a oltranza cominciano a intravedersi.

 


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