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SPY FINANZA/ La Bce sfida gli Usa (rischiando il ko)

La Bce sembra pronta ad ampliare il suo Quantitative easing, che ha già mostrato qualche limite. Ma così rischia di andare contro gli interessi degli Usa, spiega MAURO BOTTARELLI

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Come vi ho detto oltre due settimane fa, la Bce è disperata: il Qe non solo non funziona, se non per un frazionale movimento al rialzo delle aspettative inflazionistiche, ma sta creando sconnessioni tali nel mercato obbligazionario da costringere l'Eurotower a mosse ulteriori. O, quantomeno, a minacciarle. Non a caso, ieri per infondere un po' di ottimismo ai mercati, Mario Draghi ha fatto scendere in campo ufficialmente due pezzi da novanta come Benoit Coeure e Christian Noyer, i quali hanno parlato chiaramente di un programma di stimolo che non solo non finirà prima, ma, anzi, amplierà la platea degli acquisti. 

Benoit Coeure, membro del board della Banca centrale europea, ha detto che l'istituto centrale, che sta acquistando 60 miliardi di euro di titoli sul mercato secondario nell'ambito del programma di Quantitative easing, aumenterà "leggermente" gli acquisti a maggio e a giugno a causa della bassa liquidità del mercato di luglio e agosto, affrettandosi poi a mentire spudoratamente quando ha però spiegato che questi aggiustamenti sono indipendenti dalla recente volatilità del mercato obbligazionario. «Non vedo la recente inversione nei prezzi dei Bund e di altri bond sovrani come un motivo di preoccupazione perché al momento riflette una correzione del mercato», salvo poi ammettere che «è la rapidità dell'inversione che mi preoccupa». Ma guarda che strano. 

Mentre l'altro membro della Bce, Christian Noyer, nonché governatore della Banca centrale francese, ieri mattina durante un discorso a Parigi, ha dichiarato che «l'Eurosistema è pronto ad andare oltre» se l'attuale programma di Qe si dovesse rivelare insufficiente «a portare a termine il mandato di inflazione vicina ma al di sotto del target del 2%». Noyer ha aggiunto che il programma di acquisto di titoli pubblici ha avuto un impatto positivo sulle aspettative di inflazione, ma ristabilizzarle richiede tempo: «Il programma di acquisti continuerà fino al termine di settembre 2016 e oltre se non vedremo un sostenuto aggiustamento nel percorso dell'inflazione», ha precisato il membro del board dell'Eurotower. 

Di riflesso a queste dichiarazioni, da buon cane di Pavlov, il dollaro si è rafforzato con il cross a 1,1179 contro l'1,1309 della chiusura di Wall Street, scendono i rendimenti dei titoli governativi, con il tasso del decennale tedesco allo 0,565% dallo 0,65% di lunedì e quello del decennale italiano all'1,79% rispetto all'1,91% sempre di lunedì. 

Fin qui l'ufficialità, ora parliamo seriamente. Due mesi di Qe non sono serviti assolutamente a nulla: certo, le aspettative inflazionistiche sono cresciute di 30 punti base e, cosa più importante per le banche e gli investitori, i titoli azionari europei hanno guadagnato il 15% da gennaio, questo nonostante solo la scorsa settimana si sia registrato un outflow dall'azionario di 1,5 miliardi di dollari. Il problema sta però altrove e ce lo ha segnalato il movimento del cross euro/dollaro dopo le parole di Coeure e Noyer: la scorsa settimana il tasso era oltre 1,1350, il più alto da quando la Bce aveva annunciato il Qe il 22 gennaio e la divisa unica nel cambio ponderato al trade aveva registrato un aumento del 3,4% dai minimi di aprile. Inoltre, nonostante i dati del Pil dell'eurozona per il primo trimestre non siano stati male, anzi molto buoni per Spagna e Francia, l'export netto non ha contribuito così tanto, prendendo i dati disaggregati: questo significa non solo la limitatezza di una moneta svalutata nel contrastare gli ostacoli strutturali, almeno in un'area eterogenea come l'eurozona, ma anche come questo non garantisca un effetto di offset sul lato della domanda.