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FINANZA/ La mazzata dell'Istat alle politica economica di Renzi

Ieri è stato presentato il Rapporto annuale 2015 sull'economia italiana dell'Istat. GIUSEPPE PENNISI ci mostra alcuni dei dati più interessanti contenuti nel documento

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Per una mera coincidenza, la mattina del 20 maggio è stato presentato il Rapporto annuale 2015 sull'economia italiana dell'Istat e il pomeriggio il Centro di ricerche e studi Luigi Einaudi, l'Istituto affari internazionali e Ubi Banca hanno organizzato un convegno per presentare il Rapporto Einaudi sull'economia italiana e globale, che ha come titolo "Un disperato bisogno di crescita". Due documenti molto differenti: il primo è una radiografia statistica dell'economia, e della società italiana, nel 2014 con qualche previsione per i prossimi 24 mesi effettuate con il modello econometrico dell'Istat, in sigla MeMo-It, mentre il secondo intende forgiare un consenso su politiche di crescita a medio e lungo termine per l'intera economia europea, non solamente per l'Italia. Tuttavia, il "bisogno di crescita" è elemento centrale di ambedue. E delle numerose discussioni in atto in queste settimane.

Ad esempio, se l'Italia avesse un tasso di crescita del 2-2,5% l'anno come negli anni Ottanta (compatibile con le caratteristiche di fondo di una demografia sempre più all'insegna dell'invecchiamento e di un sistema produttivo frammentato e in numerosi casi obsoleto), non sarebbero state necessarie le difficili discussioni sulla perequazione dei trattamenti previdenziali delle ultime due settimane, dato che l'economia reale avrebbe in gran misura sostenuto un mercato del lavoro in grado di offrire prospettive pensionistiche almeno adeguate alle giovani generazioni.

È interessante notare che nel Rapporto Istat appena presentato, radiografia dell'anno appena concluso e previsioni a breve-medio termine sono accompagnate da "approfondimenti" pregnanti di politica economica a più lungo termine. Particolarmente significativa, e innovativa, l'analisi in cui i fattori ciclici della caduta degli investimenti vengono collegati, in un'ottica non solo italiana ma dell'intera area dell'euro, con le determinanti strutturali. È un approfondimento che acquista una valenza speciale in queste settimane in cui ci si chiede che il Piano Juncker , annunciato con molta fanfara alcuni mesi fa, rappresenti una prospettiva concreta di rilancio degli investimenti (pubblici e privati) e non sia, come altri "piani" europei del passato (Lamfalussy, Ortoli, Delors, solo per citare quelli che hanno avuto maggiore richiamo), un marchingegno mediatico per dire che, nel travaglio dei singoli paesi e dell'intera Ue, la Commissione europea è presente.

Il Rapporto Istat analizza, in primo luogo, la contrazione degli investimenti in rapporto al Pil nell'eurozona (dal 22,7% nel 2008 al 19,6% nel 2014), molto severa in Spagna (7,8 punti percentuali) ma molto dura anche in Italia (4,5 punti percentuali), dove ha coinvolto sia la componente delle costruzioni che quella delle macchine e delle attrezzature.