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FINANZA E POLITICA/ Grecia e Germania suonano "l'allarme" per l’Italia

Pubblicazione:venerdì 22 maggio 2015

Angela Merkel (Infophoto) Angela Merkel (Infophoto)

L’indice Pmi manifatturiero della Germania è sceso dal 52,1 di aprile al 51,4 di maggio. Intanto il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha detto di ritenere possibile un default di Atene. “Dovrei riflettere molto intensamente prima di ripetere quanto dissi nel 2012, cioè che la Grecia non sarebbe mai andata in default”, le sue parole. Il governo Tsipras ha reso noto che non restituirà al Fondo monetario internazionale la tranche da 310 milioni di euro che scade il prossimo 5 giugno, parte di una somma da 1,5 miliardi da rimborsare nell’arco del mese di giugno. Ne abbiamo parlato con Francesco Daveri, professore di Scenari economici all’Università di Parma.

 

La Grecia ha annunciato che non pagherà la rata di giugno dei debiti con il Fmi. Quali conseguenze possono esserci per l’Italia?

Da questo punto di vista le conseguenze per l’Italia sono molto dirette. Dobbiamo attrezzarci al default greco, in quanto il nostro Paese ha crediti di circa 40 miliardi nei confronti di Atene. In caso di default anche un mancato rimborso parziale del 5 o 10% comporterebbe dei numeri con delle conseguenze di rilievo. A ciò si aggiunge il potenziale effetto “bomba atomica” nel caso in cui anziché rinegoziare il debito la Grecia si trovasse a uscire dall’euro. A quel punto si potrebbero avere anche degli effetti ben più consistenti, anche se non credo che si rischi effettivamente questo secondo scenario.

 

L’indice Pmi della Germania a maggio è peggiorato. Quali effetti può avere sulla ripresa del nostro Paese?

La situazione in Europa è ancora decisamente buona e il clima per gli imprenditori continua a essere molto più positivo che in passato. Si osserva un peggioramento degli indici congiunturali come il Pmi per la Germania, che però rimane ben al di sopra di quota 50 che corrisponde alla situazione in cui l’economia va bene.

 

L’economia tedesca rischia di andare incontro a un’inversione di tendenza?

No. Non si può certo dire che sulla Germania soffi un vento di inversione di tendenza, cosa che invece si osserva in parte negli Stati Uniti. Per la ripresa italiana del resto conta di più quanto sta avvenendo in Europa che non oltreoceano. I dati europei del primo trimestre sono stati buoni, trainati dal prezzo del petrolio, dall’effetto anticipato del Quantitative easing e dal calo dell’euro, più ancora che dalla riduzione del costo del denaro e dei tassi di mercato. Ci sono quindi prospettive per avere nel secondo trimestre numeri migliori di quelli che abbiamo visto nel primo.

 

Il rallentamento della Germania ci deve preoccupare o è nella norma?


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COMMENTI
22/05/2015 - Per chi suona la campana? (cardarelli mario)

Due aspetti preoccupanti, ma forse lo è più il primo per ragioni finanziarie senz'altro, ma anche geopolitiche e storiche, considerando che la Turchia bussa alle porte UE. Se la UE non è pronta ad avviare un processo federale capace di portare ad una Stati Uniti d'Europa con una sola moneta, come auspica anche Mario Draghi e quindi a fare il salto di qualità che i fatti impongono, le derivate non sono molte. Una Turchia dentro, islamica (non ci si dimentichi del vero risultato delle ultime elezioni politiche) ed una Grecia fuori, così come L'alternativa di una UE che torni di crisi in crisi indietro, e non di poco perdendo l'euro come fattore unificante, allora la sfida ad immaginare e gestire adeguatamente i nuovi scenari con occhi altrettanto nuovi, è grande e per certi tratti improba. Esiste un exit door? A caldo la si potrebbe immaginare solo per il contesto UE e non per quello del FMI trasformando il debito greco in un debito irredimibile con una clausola sine die di rimborso non programmato, ma con l'obbligo di pagare le rate d'interessi ad un tasso nuovo, diverso, fissato dalla BCE. Si eviterebbe così il write off e l'Italia come altri Paesi della UE, solo della UE (e quindi sicuramente sotto gli strali del FMI) non perderebbe , sulla carta, i suoi 40 miliardi mantenuti come posta nel suo attivo