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Economia e Finanza

IDEE/ Le 4 mosse per smettere di essere "l'Italietta"

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Gli inattivi rientravano bellamente nelle citazioni della disoccupazione globale lanciate in automatico come palle su quei campi da tennis dell'informazione dove le grandi testate, dal Corsera a Repubblica, amavano tirarsele di dritto e di rovescio. Un gioco sconcertante questo perché non scostava un velo per mostrare come sotto la definizione formale e nominale ci fossero realtà composite sostanziali, tra le quali la realtà degli inattivi con un peso non solo statistico ma socioeconomico di rilievo, perché una delle architravi che disegnano l'attuale stato della famiglia media italiana, camera di compensazione, nel cui spazio, reddito, sostegno e solidarietà sono sostitutivi, e anche succedanei al ruolo che lo Stato (anche sociale con il suo welfare) ha scelto, privilegiando alcune politiche anziché altre.

Ma l'Italia è anche quella che a fronte degli inattivi ha visto comporsi in modo misurato la platea degli immigrati divenuti imprenditori, artigiani, lavoratori a tutto campo. Nelle frutterie gestite dai cingalesi, così come nei bar gestiti dai cinesi, il rilascio dello scontrino fiscale è quasi un rito di fiducia tra il venditore e il compratore. In molti esercizi pubblici la consolidata opinione che lo Stato prenda più di quello che dà mostra invece che l'antipatia generata dalla richiesta è dietro l'angolo.

È questo il paradosso, il vero paradosso che emerge dalle contraddizioni di un piano inclinato verso la povertà dei suoi pensionati al minimo, di quella dei veri poveri, che hanno abbandonato pure la speranza, puntellato della tenuta di famiglie surrogatrici e tratteggiato con i suoi altri punti di forza - e non sono pochi - come un quadro a macchia di leopardo. Mi ricordo tanti anni fa che sondaggi, statistiche, nel loro uso e citazioni erano appannaggio degli uomini colti, degli studiosi, ma al contempo sembravano biciclette d'intralcio degli uomini politici, più che mezzi utili per percorrere più velocemente la comprensione della realtà del proprio Paese.

Dove siamo? Cosa sta accadendo? Dove ci collochiamo? Tre domande che richiedono come risposta un punto nave e anche un buon nostromo. E poi un buon capitano. La navigazione iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale e contraddistinta dalla virata intorno alla boa della caduta del Muro di Berlino sembrava essere caratterizzata da chi richiamava l'attenzione sulla fine della Storia. L'inizio del nuovo secolo partiva da un entusiasmo destinato a spegnersi nel primo quindicennio a causa di un mondo che, uscito dalla logica bipolare, sta sperimentando la multipolarità, la geometria variabile di meccanismi di potere e di controllo internazionale arricchita (o impoverita?) dalle asimmetrie dei poteri regionali sostenuti dallo stesso multipolarismo, ma indeboliti dalla globalizzazione.

Quello che finora si è vissuto e si sta vivendo non appare solo come l'olografia della divisione internazionale del lavoro di Davide Ricardo, ma anche come quella che mostra poteri finanziari diversi ma coesistenti e a volte confliggenti intrecciati come sono dalla stessa globalizzazione, e quindi come unica categoria (la stessa descritta da Sapelli) apparentemente vincenti, anche se in verità limitati dagli stessi fondamentalismi. Due entità che sanno di potersi usare reciprocamente.