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IDEE/ Le 4 mosse per smettere di essere "l'Italietta"

L'Italia continua ad avere un forte bisogno di fare sistema per cercare di recuperare posizioni a livello globale. MARIO CARDARELLI ci spiega come può cominciare a farlo

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È indubbio che leggendo gli articoli apparsi ultimamente su queste pagine (da quelli di Cazzola e Palmerini a quello "wagneriano" di Sapelli) un senso di smarrimento possa cogliere l'osservatore, e uno di turbamento possa avvolgere il lettore. 

L'Italia, da una parte registrata dall'Istat, dall'altra illuminata dalle analisi passate del Censis, arriva nelle mani di Renzi come un Paese immobile, sclerotizzato, incapace di fare sistema, di far esplodere le sue potenzialità, ma ben capace di ripiegarsi su se stesso, cultore del "si stava meglio quando si stava peggio", con ovvio riferimento alla Democrazia Cristiana e al Partito Socialista di 30 anni fa, senza considerare in profondità quanto fosse invece diffuso il potere non parlamentare del Partito Comunista, per poi, scalando nel tempo, arrivare al ventennio di Forza Italia. 

È un Paese che non crede in se stesso se non durante i Campionati del Mondo e forse, ma in modo molto limitato, durante la sfilata del 2 giugno. Un Paese che non ama la memoria, ama la reminiscenza dell'impotenza, ostile al contributo per il cambiamento collettivo e affondato dalla logica dei clientes più che dei cives. Un Paese che ha sempre mostrato un'accondiscendenza passiva, più che un sostegno attivo alla sua Costituzione. E questo nonostante le figure giganti dei suoi veri leader e dei suoi veri Presidenti della Repubblica (Pertini, tanto per citarne uno) scoperti ben più di ciò che nel costume italico politico si pensava che fosse la figura del Presidente. Eppure come in ogni medaglia quando al rovescio si oppone un dritto, questa stessa Italia che veniva schiaffeggiata dalla Lega di Miglio può e deve rinascere.

Dalle sue statistiche si scopre e si ha conferma che reagendo continua a essere tra i primi paesi industrializzati, esportatore di vitalità imprenditoriale con le piccole e medie aziende, con le reti d'impresa e con i distretti industriali, grembo di cervelli capaci di misurarsi su innumerevoli campi e ugualmente in stadio avanzato sulla borderline delle aree grigie e nere della povertà. 

Questa Italia, sulla quale il discorso sociologico dovrebbe iniziare proprio dal concetto di classe dirigente di Pareto, ci viene consegnata come un Paese che ha perso la consapevolezza dei suoi patrimoni e delle sue potenzialità. In Italia, ai difensori dei vitalizi e agli arroccati ai privilegi, si uniscono gli inattivi. Chi sono gli inattivi? Lo si chieda all'Istat impegnata sugli indicatori complementari al tasso di disoccupazione (definizione nominale e formale). Tali indicatori resi necessari per uniformarsi a quanto già prodotto nel contesto europeo, non avevano comunemente avuto riconoscimento su quale realtà essi potevano illuminare. E questo prima che una dirigente Istat con coraggio e quindi con bella faccia tosta gettasse luce sulla composizione del mondo del lavoro, con una misconosciuta intervista su una free copy di testata all'ingresso della metropolitana di Roma. 

Sono inattivi, circa tre milioni di unità già nel 2011, gli individui che non cercano attivamente un lavoro, ma lo farebbero, e lo sono le persone che cercano lavoro ma non sono subito disponibili. Questo gruppo è fortemente caratterizzato dal fenomeno dello scoraggiamento: il 43% (circa 1,2 milioni di unità) dichiara di non aver cercato un impiego perché convinto di non riuscire a trovarlo.