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500 EURO AI PENSIONATI/ Il giurista: da Renzi uno "schiaffo" alla Costituzione

Pubblicazione:lunedì 25 maggio 2015

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Parole che scontano gravi fraintendimenti in relazione alla funzione esercitata dalla Corte costituzionale (si veda la risposta del Presidente Criscuolo nell’intervista al quotidiano La Repubblica del 23 maggio 2015), alla quale non spetta affatto di giudicare secondo equità e tantomeno secondo una soggettiva “equità finanziaria”: se venisse assecondato l’auspicio di Padoan, ci si potrebbe aspettare, in qualsiasi giudizio, che il debitore dolosamente inadempiente venga mandato assolto per il sol fatto che non intende destinare le risorse necessarie a pagare il debito. “Logica” ancor più inaccettabile in quanto corredata dall’evocazione, che pare una larvata minaccia estorsiva, dell’aumento della imposizione fiscale (e di quella Iva in particolare) che sarebbe, a dire del Governo, necessaria per fare fronte agli effetti della decisione del Giudice delle leggi. Ma si tratta di affermazioni che denotano anche una non commendevole attitudine a travalicare dai limiti propri della funzione dell’esecutivo e a tenere in discaro uno degli architravi degli ordinamenti contemporanei, che consiste nella giustiziabilità dei diritti costituzionali, i quali, con buona pace del Ministro, non si riducono a meri ottativi.

L’intendimento elusivo è stato del resto portato a effetto con il d.l. n. 65/2015, approvato dal Consiglio dei Ministri nella riunione del 18 maggio scorso. Basti in proposito osservare:

- che, già nelle premesse e poi nuovamente nell’art. 1, il preciso (e precettivo) dispositivo della sent. n. 70/2015 viene “trasformato” in una enunciazione di principio, la cui attuazione spetterebbe al Governo: la sentenza della Corte costituzionale, viceversa, avendo accertato e dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, co. 25, d.l. n. 201/2011, pertanto espunto dall’ordinamento a far data dal giorno successivo a quello della pubblicazione della sentenza medesima, determina senz’altro l’effetto di legittimare tutti coloro ai quali era stata negata la rivalutazione automatica per gli anni 2012 e 2013 ad attenderne la restituzione, con gli interessi e la rivalutazione (anche ai sensi dell’art. 429, co. 3, c.p.c.) a far data dalla maturazione del diritto. L’ottemperanza alla sentenza avrebbe quindi richiesto, semmai, semplici atti di indirizzo dei Ministeri competenti. La sedicente attuazione a mezzo di norme di rango primario esprime la volontà di mutare il quadro giuridico, nel tentativo (del resto, come si è detto, preceduto da conformi dichiarazioni) di impedire che la decisione spieghi tutti i suoi effetti: è evidente, infatti, che i destinatari del provvedimento di urgenza sono proprio quei soggetti che avrebbero altrimenti avuto pieno diritto alla reintegrazione delle somme illegittimamente sottratte per effetto della norma dichiarata incostituzionale;

- che l’art. 1 del d.l. n. 65 dispone che la rivalutazione automatica di cui all’art. 34, co. 1, l. n. 448/1998, diversamente da quanto discende come effetto immediato dalla pronuncia demolitoria della Consulta, sia riconosciuta, in via decrescente, soltanto ad alcune fasce di titolari di pensione, sino al limite massimo del quintuplo del trattamento minimo Inps, individuate, peraltro, “in funzione dell’importo complessivo di tutti i trattamenti pensionistici in godimento, inclusi gli assegni vitalizi derivanti da uffici elettivi”: viceversa la sentenza aveva precisamente individuato proprio nella suddetta limitazione ad alcune fasce di pensionati, individuati in base al trattamento complessivo e non, invece, alla fascia di importo, due profili di illegittimità costituzionale, che il Governo viceversa reitera pervicacemente e, soprattutto, illegittimamente e illecitamente;

- che, dopo aver negato la restituzione delle somme dovute, con i relativi accessori, imposta invece dalla sentenza costituzionale, il Governo ne contrasta ulteriormente l’efficacia inserendo all’art. 24 d.l. n. 201/2011 il co. 25 bis, in forza del quale “la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’articolo 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, relativa agli anni 2012 e 2013 come determinata dal comma 25, con riguardo ai trattamenti pensionistici di importo complessivo superiore a tre volte il trattamento minimo Inps è riconosciuta: a) negli anni 2014 e 2015 nella misura del 20 per cento; b) a decorrere dall’anno 2016 nella misura del 50 per cento: ciò significa che, oltre alla vanificazione dell’effetto primario della decisione - che dovrebbe consistere nell’integrale applicazione, per gli anni 2012 e 2013, del regime di rivalutazione paralizzato dal d.l. n. 201/2011, ma che viene, invece, sostituito dal nuovo co. 24 dell’art. 25 d.l. n. 201 cit. - si determina il consolidamento (si direbbe una “capitalizzazione negativa”) del danno patito dagli aventi diritto, perché la pur ridotta restituzione delle somme di competenza degli anni 2012 e 2013 concorre soltanto in misura molto diminuita alla formazione della base di calcolo delle rivalutazioni successive.


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