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500 EURO AI PENSIONATI/ Il giurista: da Renzi uno "schiaffo" alla Costituzione

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Suscita allora perplessità e qualche inquietudine che il Presidente della Repubblica - fine giurista ed ex Giudice costituzionale - non sia intervenuto, facendo uso delle prerogative che gli spettano, per impedire che venisse inferta una così profonda lesione agli atti, agli organi e alle funzioni costituzionali, benché competa a lui la garanzia del cosiddetto indirizzo politico costituzionale e, quindi, a maggior ragione di impedire che quello di maggioranza se ne discosti: né pare possa bastare un richiamo alla buona regola di “relazioni vicendevolmente rispettose”.

Siamo insomma di fronte a un caso preoccupante che, al di là della pur gravissima portata a danno di situazioni giuridiche consolidate - sulla quale ci si soffermerà di qui a poco - mostra all’evidenza l’attitudine dell’esecutivo a effrangere gli atti che la Corte compie come organo di chiusura dell’ordinamento, quasi per esercizio arbitrario delle proprie presunte ragioni.

Caso di ancor più eclatante rilievo perché - come la stessa Corte ha ben segnalato, puntualmente censendo i principi e le norme concernenti la questione ad essa sottoposta - la disciplina della previdenza è strettamente legata a elementi fondanti e identificativi del nostro ordinamento, essendo un corollario indefettibile del principio lavoristico e delle disposizioni che da questo si dipartono, innervando tutta la trama della Carta costituzionale.

Il rapporto di lavoro dipendente (ma, per quanto qui rileva, discorso non dissimile può farsi con riferimento al lavoro autonomo) è, infatti, normato a livello costituzionale, anche per quanto riguarda i suoi contenuti economici, sia in corso di svolgimento (l’art. 36 Cost. dispone, com’è noto, che il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e, comunque, sufficiente a garantire, costantemente, a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa, con un implicito rinvio alla contrattazione collettiva, che stabilisce i livelli salariali minimi), sia successivamente alla cessazione del sinallagma contrattuale col datore di lavoro. Dopo tale momento, il rapporto prosegue con l’ente erogatore del trattamento pensionistico, che deve provvedere al tendenziale mantenimento del trattamento retributivo in costanza di rapporto, così realizzando la fattispecie classica della retribuzione differita.

Non si dimentichi peraltro che i contributi previdenziali, che in diverse percentuali gravano sul datore di lavoro e sui lavoratori vengono decurtati da quella che sarebbe la retribuzione lorda spettante al lavoratore. In altre parole, i contributi sono una quota della retribuzione, sottratta all’immediata disponibilità del lavoratore e trasferita all’Ente previdenziale come provvista per l’erogazione del trattamento pensionistico: ricostruzione che trova oggi conferma nel sistema di determinazione del trattamento pensionistico su base contributiva. Detto brutalmente, si tratta di danaro del lavoratore.

Ora è chiaro che, avendo natura retributiva, la misura del trattamento pensionistico deve rispondere agli stessi criteri ai quali è vincolata la retribuzione in costanza di rapporto: agli scatti stipendiali corrisponde quindi l’indicizzazione delle pensioni, conformemente del resto alla disciplina dei rapporti di durata. Il testuale riferimento, nell’art. 38, co. 2, Cost. da un lato alla previdenza e, dall’altro, al rapporto di adeguatezza dei mezzi rispetto alle esigenze personali del lavoratore, impone infatti che il trattamento in parola sia preservato da quelle variazioni economiche che possano determinarne un decremento del valore.

Tanto ciò è vero che il sistema previdenziale vigente, ormai da lunghissimo tempo, contempla meccanismi di adeguamento delle pensioni al costo della vita, che, almeno a partire dal 1992 - come esattamente rileva la Corte - hanno sempre fatto riferimento alla evoluzione del livello medio del tenore di vita nazionale, in corrispondenza, può aggiungersi, con il disposto dell’art. 4 Cost., a mente del quale i cittadini oltre che il diritto, hanno altresì il dovere di lavorare per contribuire al progresso materiale e spirituale della Nazione.

La Corte costituzionale si è mossa esattamente all’interno del suddetto perimetro normativo e di principio: ha infatti accolto le questioni incidentali sollevate con riferimento agli artt. 3, 36, co. 1, e 38 Cost.


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