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Economia e Finanza

500 EURO AI PENSIONATI/ Il giurista: da Renzi uno "schiaffo" alla Costituzione

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L’effetto di tali misure - osserva la Corte - è sempre definitivo, perché la perdita del potere di acquisto, anche per periodi limitati di tempo, incide sulle successive rivalutazioni, che saranno calcolate sull’ultimo importo nominale e “non sul valore reale originario”: esse privano, insomma, il titolare di un bene che gli spetterebbe e che è funzionale a essenziali necessità della persona, colpendo, come aveva acutamente rilevato uno dei Giudici remittenti (la Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna), redditi ormai consolidati nel loro ammontare, legati a prestazioni lavorative già rese da cittadini che hanno esaurito la loro vita lavorativa, rispetto ai quali non risulta più possibile ridisegnare sul piano sillagmatico il rapporto di lavoro.

Nel caso di specie mancavano esemplarmente i requisiti additati dalla Corte costituzionale, facendo difetto sia le motivazioni di interesse generale - soltanto evocate e non dimostrate, neppure nel corso del procedimento di conversione - la durata era biennale e, soprattutto, un’intera categoria di cittadini veniva esclusa dall’adeguamento per l’intero importo del trattamento percepito.

La Consulta, peraltro - privando di fondamento le motivazioni che hanno indotto il Governo a mantenere l’odioso privilegio della discriminazione di tale categoria di cittadini - non ha affatto limitato le censure di incostituzionalità con riferimento alle sole fasce più deboli: né del resto sarebbe stato logicamente possibile, dal momento che i giudizi a quibus erano stati promossi proprio da soggetti beneficiari di trattamenti superiori al triplo del minimo Inps.

Ben diversamente, Essa ha affermato che “l’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto ad una prestazione previdenziale adeguata”.

Appare, dunque, paradossale che il ministro dell’Economia imputi alla Corte di non aver prestato leale cooperazione all’azione di governo, tradotta nel d.l. n. 201/2011, come se la funzione del Giudice delle leggi fosse altra e diversa da quella di giudicare, per l’appunto, se una disposizione legislativa sia o non conforme alle norme, ai principi e ai valori costituzionali.

Ben più che un difetto di cooperazione, invece, va ravvisato nel comportamento normativo del Governo che, invece di prestare la doverosa e dovuta ottemperanza alla pronuncia costituzionale, col d.l. n. 65/2015 ne ha sostanzialmente vanificato gli effetti, creando le premesse per l’insorgenza di un massiccio contenzioso che approderà inevitabilmente, ancora una volta, a Palazzo della Consulta. Ed è perfino irridente che il d.l. n. 65/2015 proclami di voler dare attuazione a una sentenza che, invece, viene sostanzialmente ignorata, così come irridente è l’opinione di chi pronostica che i ricorsi resi inevitabili dal decreto di sedicente ottemperanza alla pronuncia della Corte serviranno solo ad arricchire gli avvocati. 

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