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CRISI GRECIA/ La "fiction" che ostacola l'accordo coi creditori

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È stato come andare a fare la spesa dicendo ai vari negozianti che la Grecia apparteneva a una famiglia ricca, i "Von Euro", e poi sarebbe passato qualcuno a pagare. Un'economia drogata, anzi, in overdose keynesiana, dove non sono mancati certo gli spacciatori. All'inizio del 2010 si è scoperto che dal 2001 la Grecia avrebbe pagato milioni di dollari a Goldman Sachs e ad altre banche di investimento perché queste mascherassero la situazione contabile così da eludere i controlli europei. Cosicché in questa storia, come nella vita, non è facile tirare delle linee nette tra buoni e cattivi. Certo, suona coerente con una certa sinistra la difesa senza se e senza ma del popolo greco rovinato dai politici che hanno preceduto Siryza, come se al simposio degli anni precedenti vi fossero seduti in pochi mariuoli. E naturalmente rovinato dall'Europa che ha recitato male il ruolo di vittima del raggiro prima e poi ha tagliato nel 2012 il valore nominale del debito privato (quello delle sue vituperate banche) del 53,5% (con un abbuono di circa 205 miliardi), allungato le scadenze da 11 a 30 anni con un servizio sul debito tra il 2% e il 4,3% (per le scadenze al 2042). Il tutto tirando fuori dalle tasche dei suoi contribuenti 130 miliardi di euro quale ulteriore dote del piano di salvataggio. 

Per carità, un avanzo primario del 4,5% per il 2016 e a venire, imposto nel piano per il rientro dal debito, contro cui si scagliano Tsipras e Varoufakis, potrebbe ben essere eccessivo ed è certamente pro-ciclico. Tuttavia dalle parti di Francoforte avevano fatto notare che tali performance di bilancio non sono per nulla né eccentriche, né inusuali nei piani di risanamento. In uno dei suoi bollettini mensili, quello del giugno 2011, la Banca centrale europea citava almeno quattro paesi dell'Eurozona che avevano proprio recentemente mantenuto tali obiettivi: il Belgio (1993-2004), l'Italia (1995-2000), l'Irlanda (1988-2000), la Finlandia (1998-2003). Perfino la stessa Grecia dal 1994 al 1999 vantava tali risultati di bilancio. 

Il punto sarebbe, in questa chiave, squisitamente politico, essendo difficile mantenere una base di consenso nel tempo per avanzi di bilancio così importanti per ripagare un debito quasi totalmente in mani straniere (a differenza, ad esempio, di quello italiano). È la tesi di Stephen Fidler, in un editoriale del Wall Street Journal del febbraio scorso dall'eloquente e forse divinatorio titolo: "La Grecia può pagare i suoi debiti per intero ma non lo farà". 

Ma non è l'austerity e a ben vedere neanche l'integrale ripagamento del debito ciò che ha reso la trattativa asperrima e lo scoglio su cui ha le migliori chance di naufragare. In fondo, un compromesso di un avanzo al 2,5% sarebbe perorato anche in sede Fmi dagli americani (la Grecia offre l'1,5%) e sarebbe tutt'altro che irragionevole secondo un recente editoriale di Wolfgang Münchau sul Financial Times (del 24 maggio scorso). Ed è ormai un segreto di Pulcinella che il piano varato con il secondo haircut del 2012, che prevedeva una riduzione del rapporto debito/Pil entro il 2020 al 120%, è da tempo considerato carta straccia. Tutti sanno che bisognerà ancora mettere mani ai portafogli con un terzo pacchetto di aiuti passando per un nuova ristrutturazione che già figurava, nero su bianco, nel Fiscal Monitor di ottobre 2013 del Fondo monetario. 


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