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CRISI GRECIA/ La "fiction" che ostacola l'accordo coi creditori

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L'accordo non è stato sinora possibile (vedremo nei prossimi giorni) a causa di una gigantesca ipocrisia. Una finzione che a mo' di spada viene brandita dal governo greco. Questa finzione si chiama mandato popolare o se si preferisce legittimazione democratica. In forza di essa il governo di Tsipras rivendica il diritto dovere di decidere le sue politiche microeconomiche e ancora oggi di tracciare linee rosse in merito. Siryza ha vinto le elezioni promettendo di mantenere un mercato del lavoro rigido (di "tutele") rinforzando la contrattazione collettiva, non toccare l'ancora generoso sistema pensionistico, aumentare il salario minimo al livello precedente i tagli (761 euro), sovvenzionare sino al 30% del reddito le famiglie che non possono sostenere i mutui, non toccare né stipendi né tanto meno il numero dei dipendenti pubblici, rivedere il processo di privatizzazioni e anzi "rinazionalizzare le imprese ex pubbliche strategiche" e perfino gli ospedali privati. E così via in perfetta continuità con la politica "espansiva" dei bei tempi.

Ora, questo esercizio di democrazia è considerato dai creditori equivalere a certezza di rabboccare un catino bucato. Ed è perfino ovvio che, nel momento in cui si profili il terzo programma di aiuti con costi stimati in 35 miliardi per i cittadini europei, siano i finanziatori a dettare le condizioni che, ai loro occhi, ne garantiscono la restituzione nel medio periodo con una sostenibile crescita. Se ciò non facessero essi violerebbero, a loro volta, il proprio mandato democratico quanto agli Stati, e i loro statuti, quanto alle Istituzioni. Anche mettendo per un attimo da parte l'Europa, non si è mai visto nella storia dei salvataggi sovrani del Fmi, un Paese che abbia mantenuto un briciolo di sovranità in queste circostanze. Dunque questa rivendicazione suona già di suo piuttosto ridicola. Ma nasconde di più e ha un valore che oltrepassa i confini greci e parla direttamente a tutti gli Stati della moneta unica. 

Quando Mario Draghi, un giorno sì e l'altro pure, denuncia i rischi di implosione dell'euro per le persistenti divergenze strutturali delle sue economie a cui non è corrisposto un adeguato impeto riformista nei singoli paesi, non si limita a denunciare una realtà e a fare da portavoce alla visione dominante tra gli economisti (soprattutto di scuola americana) che ritengono a dir poco precaria la costruzione monetaria continentale. Ben coscio di ciò che è anch'esso largamente acquisito alla dottrina e alla storia economica (che non conosce monete senza Stato) dice di più. Anche le politiche microeconomiche, le politiche del lavoro, le riforme volte alla crescita e alla competitività, oggi presentate e discusse nel Piano nazionale di riforma sottoposto a Bruxelles, non possono essere lasciate alla libertà degli Stati. Occorre anche per esse, al più presto, una governance comune. 

Ma se è così, avendo già gli Stati rinunciato alla loro sovranità di bilancio, viviamo in una gigantesca finzione che sarebbe bene svelare ai cittadini europei. L'euro, ammesso lo si voglia naturalmente, per mettere radici nella storia, svuota inesorabilmente la sovranità statale. Brucia tutti i ponti all'Unione che da (peculiare) organizzazione internazionale degli esordi non può che diventare Stato Federale. Ed è solo in questa nuova legittimazione, oggi inesistente, con un Parlamento federale e nuove istituzioni su cui far poggiare queste decisioni propriamente politiche, allo stato imposte secondo dinamiche di pura forza intergovernativa, che si trova l'unica speranza di ridare senso all'esercizio democratico. Quel che è certo è che si può volere o non volere l'Euro, ma se, come i Greci al 71%, lo si desidera nelle proprie tasche, si sappia che sulle proprie pensioni, ad esempio, non potrà decidere Siryza ad Atene. Ma il monito è per tutti. 



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