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SPY FINANZA/ Dollaro e petrolio, ecco dove guardare per capire i segreti dei mercati

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Eh già, perché proprio in questi giorni stiamo assistendo a un rimbalzo dei prezzi del greggio dovuto a tre fattori: il calo della produzione Usa, il blocco dei flussi dal porto di Zueitina e la decisione dell'Arabia Saudita di rincarare le forniture negli Usa e in Europa. E perché a vostro modo di vedere Riyad ha preso questa decisione? Ve lo spiega il primo grafico a fondo pagina: l'Arabia Saudita sta bruciando riserve estere a un ritmo record pur di restare fedele ai suoi piani di spesa governativa, messi duramente in discussione proprio dal calo dei prezzi delle principale risorsa di introito del Regno. Le riserve sono al minimo da quasi due anni, scese di 36 miliardi di dollari, pari al 5%, nei soli ultimi due mesi. 

E attenzione, perché il timing è perfetto: Re Salman ha infatti parlato della necessità di «razionalizzare le spese» subito dopo aver promesso un bonus per il personale militare impegnato nella campagna di bombardamento contro i ribelli Houthi in Yemen, guarda caso uno nodo strategico. E immediata è giunta la stroncatura di questo atteggiamento arrendevole di Riyad da parte di Steffen Herthog della London School of Economics, a detta del quale «questa è una reazione da crollo in ginocchio di fronte alle sfide politiche, distribuire più denaro mostra debolezza». Il problema è che finché la Fed terrà i tassi a zero, ovvero continuerà nel regime di Zirp, l'Arabia continuerà a bruciare riserve: come avevo paventato qualche tempo fa, è sempre più probabile che il crollo dei prezzi sia stato uno strategia indotta dal "Deep State" statunitense per regolare parecchi conti a livello geofinanziario e garantirsi la supremazia del settore nella prossima decade, rendendo l'Opec inoffesiva a livello geofinanziario. 

E che qualcosa stia cambiando ce lo dice il secondo grafico, il quale ci mostra come la ratio long/short sul mercato futures petroliero abbia raggiunto 6,4, ovvero per ogni lotto di shorts ce ne sono sei di long. In parole povere, si scommette al rialzo e pesantemente, vista la totale inversione rispetto soltanto al precedente record del 18 marzo scorso. E se questo sta avvenendo è perché c'è la quasi certezza che qualcosa accadrà in modo tale da far salire il prezzo, perché stiamo vivendo - a livello di futures sul petrolio - in quello che in gergo è chiamato "contango market", ovvero quando il contratto per il mese successivo costa meno di quello per la consegna in futuro, quindi ogni mese chi opera, quando il futures con il trading più attivo scade, deve vendere un contratto e comprarne un altro più caro per mantenere attiva la scommessa rialzista sul lungo termine. 

Nonostante i futures sul petrolio siano saliti del 12% da inizio anno, chi ha comprato contratti a scadenza 31 dicembre sta ancora perdendo soldi: pensate che ne voglia perdere altri? E quando, come è successo il 4 maggio scorso, David Einhorn del Greenlight Capital, l'uomo che ha schiantato al ribasso Lehman Brothers, si sente in dovere di dire che l'Etf del settore shale Usa (il quale giova ricordare che viaggia con una ratio utile per azione a livello di oltre 28x sui multipli, roba da ricovero), Pioneer Natural Resources, «è drammaticamente sopravvalutato» facendolo schiantare, suona più di una campana, visto che la frase successiva è stata: «Molti comprano titoli delle aziende petrolifere shale come investimento in vista del rialzo del prezzo del petrolio, ma c'è un'alternativa migliore, comprare petrolio». Guarda caso, in due giorni quanti mutamenti. 

 

 


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