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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I "trucchi contabili" di Usa e Giappone

Gli Stati Uniti si preparano a usare truccare contabili sul Pil, mentre anche il Giappone ha bisogno di mascherare la realtà economica. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché

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Se siete ancora scossi per l’anemico dato del Pil Usa del primo trimestre, un misero +0,2%, preparatevi perché il peggio deve ancora venire. Come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, la prima revisione della crescita statunitense operata dal Bea ha visto il livello passare addirittura in negativo al -0,7%, ovvero in piena recessione. E c’è di più, visto che il dato iniziale è stato reso possibile dall’aumento record delle scorte di magazzino, le quali da sole hanno aggiunto qualcosa come 106 miliardi di crescita nominale: se soltanto il loro livello fosse cresciuto in maniera normale o rimasto piatto, oggi parleremmo di un Pil Usa per i primi tre mesi di quest’anno al -3%! Ma tranquilli, negli Stati Uniti sono già corsi ai ripari, visto che proprio il Bureau of Economic Analysis (Bea) ha comunicato che dal prossimo 30 giugno, data in cui è prevista la pubblicazione del dato preliminare del Pil per il secondo trimestre, cambierà la metodologia di calcolo del Prodotto interno lordo, visto che alcune variabili rendono sempre i dati del primo trimestre di ogni anno peggiore dei rimanenti tre.

Per giustificare questa anomalia negli Usa hanno inventato la “stagionalità residuale” e lo scopo del Bea oggi è quello di minimizzare il fenomeno, ovvero di truccare i dati alla fonte, evitando le solite, sgradevoli revisioni al ribasso che ormai stanno diventando un mantra. E guarda caso, quale sarà una delle categorie che verrà sottoposta a revisione? Le scorte di magazzino e alcune loro sotto-componenti.

Ma per quanto si imiti Fausto Tonna, la realtà è testarda e venerdì scorso gli Usa hanno patito una giornata da tragedia a livello di dati macro. Dopo che l’indice Ism di Milwaukee è crollato ai minimi da 15 mesi, anche il Pmi di Chicago ha postato uno scoraggiante 46.2 contro le attese di 53.0 e dopo il 52.3 di aprile: insomma, a livello di nuovi ordinativi, produzione e occupazione siamo tornati al periodo della crisi Lehman. Ma non basta, dopo il crollo dell’indice della fiducia Gallup e quello del Consumer Comfort di Bloomberg, venerdì anche l’Umich Consumer Sentiment si è schiantato a 90.7, un livello toccato l’ultima volta nel novembre 2014. Il sottoindice della “Speranza” è sceso da 88.8 a 84.2, mentre quello “Current conditions” è sceso da 107 a 100.8, il peggior calo dall’estate del 2011, quando di verificò il downgrade del debito Usa.

Ancora non vi basta? Tranquilli, c’è dell’altro, come ci mostra il secondo grafico. Il margin debt alla Borsa di New York è infatti cresciuto di 30 miliardi nell’ultimo mese e ha toccato un nuovo record a quota 507 miliardi di dollari, quasi il 50% più alto del picco raggiunto nell’ottobre 2007, prima dell’esplosione della crisi subprime. Insomma, sempre più investitori - soprattutto retail - prendono a prestito denaro per comprare titoli, facendo aumentare a dismisura il rischio di margin call di massa se una correzione dei corsi dovesse incorrere, visto che l’investor net worth, ovvero i soldi reali di chi investe senza doverli prendere a prestito, è ai minimi storici di 227 miliardi di dollari. Ma il terzo grafico ci dimostra come nessuno tema il rischio di crolli, visto che l’indicatore di Deutsche Bank rispetto al sentiment di chi sta investendo sta salendo ancora e si avvicina al livello di “mania” per il ciclo di mercato.