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SPY FINANZA/ Dagli Usa una "bomba" più pericolosa della crisi greca

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Janet Yellen (Infophoto)  Janet Yellen (Infophoto)

Il tracciatore del Pil di Morgan Stanley, infatti, ha visto la crescita nel secondo trimestre passare dall'1,5% al 2,7% la scorsa settimana, mentre anche il GDPNow della Fed di Atlanta nella sua ultima valutazione, quella dell'11 giugno, vedeva il dato del Pil dei secondi tre mesi dell'anno salito all'1,9% dall'1,1% del 3 giugno. Di più, l'indice per il sentiment dei consumatori dell'Università del Michigan in giugno è salito a 94.6 da 90.7, tracciando in positivo un aumento delle vendite al dettaglio nel mese di maggio. Insomma, la fabbrica dei dati "aggiustati" è in pieno fermento, anche se in effetti tre variabili potrebbero portare a un dato del Pil più robusto, visto che io del GDPNow tendo a fidarmi: le scorte di magazzino ancora in crescita record, l'industria aero-spaziale e bellica stranamente in fermento (chissà come mai, di fatto Obama sta solo sfidando alla Terza guerra mondiale Putin...) e le solite revisioni dei dati precedenti, la panacea di tutti i mali Usa. 

Il problema è che fino a oggi sono stati i piccoli investitori a scappare dai mercati emergenti, mentre i grandi fondi pensioni e gli istituzionali sono ancora lì: ma cosa succederebbe se dopo il meeting di oggi e domani la percezione sui mercati fosse davvero quella di un aumento dei tassi? Cosa succederebbe se quei giganti cercassero la porta di uscita tutti insieme? Nel suo Global financial stability report di aprile, il Fmi ha reso noto che l'industria dell'asset management ha investimenti in atto per un controvalore di 76 triliardi di dollari, equivalenti al 100% del Pil mondiale. E questi fondi hanno enormemente aumentato le loro detenzioni di bond e titoli dei mercati emergenti, un qualcosa che per l'Istituto di Washington fa aumentare i timori per una "tempesta di liquidità" in caso la Fed agisca, poiché ci sarebbe una fuga in massa di quei soggetti. 

E nonostante i reiterati appelli ad aumentare le loro difese e sgonfiare la bolla del credito prima che fosse tardi, quei Paesi hanno continuato sulla loro strada da rally, facendo aumentare i timori legati alla Fed e con essi dando benzina all'apprezzamento del dollaro: il quale, come conseguenza diretta, ha l'aumento dei costi del credito a livello globale, variabile che innesca un doppio shock sul sistema finanziario internazionale. Parliamo di una potenziale margin call da 9 triliardi di dollari su debito in biglietti verdi off-shore, quando solo quindici anni fa non si arrivava a 2 triliardi. 

Stando a dati della Banca per i regolamenti internazionali, i mercati emergenti pesano per metà di quei 9 triliardi di debito in dollari, una somma senza precedenti dovuta a sette anni di liquidità a pioggia, tassi a zero e vari cicli di Qe occidentali. Soltanto il debito cinese denominato in dollari è quintuplicato dal 2008 a oggi, arrivando ad almeno 1,1 triliardi di dollari: insomma, un stock di debito sul quale quei Paesi dovranno fare roll-over in condizioni di mercato potenzialmente molto avverse. Senza dimenticare che oggi i mercati emergenti pesano per la metà del Pil globale, tre volte il livello di inizio anni Novanta: insomma, sono talmente grandi - e con debiti enormi con cui fare i conti - che una crisi di finanziamento indotta dalla Fed potrebbe squassare l'intero sistema. Tanto più che nella gran parte dei casi si tratta di Paesi già in crisi, con Brasile e Russia in contrazione e Cina che sta rallentando drasticamente. 



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