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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Grecia e Germania, le "cantonate" che fanno male ai mercati

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Pensioni e stipendi pesano per il 75% della spesa primaria greca, mentre il rimanente 25% è già stato tagliato fino all'osso negli ultimi quattro anni. La spesa per pensioni pesa per il 16% del Pil e i trasferimenti dal budget al sistema pensionistico per il 10% del Pil: cosa chiede il Fmi? Un taglio dell'1% del Pil (sul 16%)! Un qualcosa che, conti alla mano, si può fare proteggendo nel contempo le pensioni minime e di invalidità. Perché Tsipras e Varoufakis sono così irremovibili? Semplice, questione tutta politica interna. Cedere su una delle cosiddette "red lines" innescherebbe la reazione della sinistra interna a Syriza e sindacati e potrebbe, se le proteste degenerassero, portare a ulteriore turbolenza sui mercati e alla possibilità di elezioni anticipate: di fatto, Tsipras ha paura di perdere la poltrona e che al suo posto venga messo l'ennesimo governo fantoccio della troika. 

Qual è il male minore per il Paese? Francamente, non riesco a decidere, né scegliere. Ho però un dubbio, ovvero che la fascinazione ideologica abbia fatto prendere un abbaglio al governo ellenico. In che senso? Nel senso che la tentazione è quella di arrivare alla rottura totale e seguire l'esempio dell'Islanda, la quale nel 2008 ha fatto sì default ma non ha salvato il sistema bancario, anzi ha mandato in galera i vertici e, soprattutto, ha spernacchiato i creditori internazionali, tutelando unicamente i propri cittadini. E come sta oggi l'Islanda? Ce lo dimostrano i tre grafici a fondo pagina, i quali ci illustrano come il debito del Paese sia tornato gestibile, tanto che il Fmi ha dichiarato che «l'Islanda ha raggiunto una ripresa economica senza compromettere il suo modello di welfare basato su educazione e sanità universali». Insomma, mentre il governo britannico - ad esempio - salvava Rbs con i soldi pubblici e quello Usa comprava pacchetti azionari dei propri istituti in difficoltà, l'Islanda sceglieva un approccio diverso: tutelava solo i conti correnti interni e i creditori dovevano scannarsi per il cash che rimaneva a disposizione. 

Il secondo grafico ci mostra poi il tasso di disoccupazione, comparato a quello statunitense dopo tre cicli di Qe, mentre il terzo appare il più interessante. Perché? Perché l'Islanda ha deciso, come approccio economico, di accettare l'inflazione, un fatto che ha spinto i prezzi al rialzo internamente, ma ha aiutato l'export all'estero, al contrario dell'eurozona che sta ancora lottando con i residui della deflazione. E con la riduzione dei controlli di capitali, temperati dalla tassazione fissa al 39%, l'economia sta migliorando ancora:

Il problema è che la Grecia non è l'Islanda, né per dimensioni, né per grado di interconnessione finanziaria con il resto dell'Ue: quella ricetta, se adottata, porterebbe non Atene bensì tutta l'eurozona in «acque inesplorate», come le ha definite lunedì Mario Draghi dopo l'audizione al Parlamento europeo. Certo, uscendo dall'euro la Grecia ritroverebbe la chiave valutaria e potrebbe decidere tassi e politiche fiscali, ma quanto tempo le permetterebbero di resistere i mercati, prima che una dracma venga prezzata nei cross come il dollaro dello Zimbabwe? Con un tasso di disoccupazione record, un'economia in stato pietoso (lo ha confermato anche Draghi lunedì e viene da chiedersi dove avessero visto i progressi nei mesi scorsi quelli dell'Ue e della Bce, quando io già dicevo che la situazione era da incubo e stava ancora peggiorando), le banche solvibili solo con i soldi della Bce, come può la Grecia seguire il modello islandese? Non può.