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SPY FINANZA/ Grecia e Germania, le "cantonate" che fanno male ai mercati

La Grecia sembra illudersi di potersi comportare come l'Islanda. E anche la Germania sembra non capire i vantaggi che ha dal Qe. L'analisi di MAURO BOTTARELLI

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Piazza Affari e gli altri mercati europei, già depressi dall'incubo Grecia, nella mattinata di ieri hanno dovuto fare i conti anche con l'indice dell'istituto Zew, che misura la fiducia delle imprese nell'economia tedesca, sceso in giugno a 31,5 punti dai 41,9 punti di maggio, una flessione marcata e superiore a quella prevista dagli economisti, che avevano scommesso su una lettura a 37,8 punti. «Fattori esterni stanno riducendo lo spazio per ulteriori miglioramenti della positiva situazione economica della Germania, tra i quali l'incertezza sul futuro della Grecia e l'irrigidirsi delle dinamiche dell'economia mondiale - si legge nella nota dell'istituto -, tra gli esperti di mercati finanziari, il clima relativo allo sviluppo economico dell'Eurozona sta peggiorando». In effetti la componente aspettative, sui cui pesano la Grecia e le incertezze del mercato, è andata molto male: è scesa da 41,9 a 31,5 punti. 

Come se non bastasse, sempre a giugno, anche l'indice riferito alle attuali condizioni economiche in Germania è calato parecchio a 62,9 punti dai 65,7 di maggio. Insomma, a Berlino c'è un problema: ma di questo parleremo dopo, perché è legato a doppio filo con la situazione attuale dell'eurozona e in primis della Grecia. Il cui premier, Alexis Tsipras, ieri - forse un po' tardivamente - si è detto pronto a fare nuove concessioni sulle richieste di Ue e Fmi, ma continua ad attendersi gesti simili anche da parte loro.

A detta del leader del partito di opposizione di centro sinistra To Potami, Stavros Theodorakis, Tsipras avrebbe affermato di poter fare "altri due o tre gesti" per sbloccare le trattative verso un accordo: «Il premier mi ha detto che ci sono due o tre gesti che potrebbe fare. Spera che i nostri amici europei facciano dei gesti equivalenti, spera che gli europei e i nostri partner possano fare alcuni passi indietro». Già ieri mattina il primo ministro ellenico ha chiarito che il principale fattore che blocca il negoziato sulla ripresa dei finanziamenti alla Grecia è costituito dalle divergenze tra Commissione Ue e Fmi sulla ristrutturazione del debito e ha ribadito che «è cruciale raggiungere un accordo fattibile con i creditori, non uno che tra sei mesi riporti la Grecia nella situazione attuale». 

Il governo di Atene ha chiesto più volte una ristrutturazione del debito, soluzione condivisa dal Fmi. Il problema è che l'istituto di Washington deve essere rimborsato integralmente per statuto, quindi, nel caso di una ristrutturazione, a perderci sarebbe solo la Commissione Ue. Insomma, a meno di miracoli all'Eurogruppo in programma domani, il prossimo sarà quello che gli addetti ai lavori hanno già ribattezzato un "Lehman weekend", ovvero la potenziale riproposizione del fine settimana fra il 13 e il 15 settembre 2008 che vide un tentativo disperato di salvare il gigante di Wall Street, poi lasciato al suo destino per opportunità politica di governo e Fed. Di più, la stampa tedesca ha riportato la notizia di un meeting d'emergenza dell'Ue già pronto per domenica mattina, in caso la situazione stesse precipitando. 

Insomma, questa volta il Grexit potrebbe essere davvero alle porte. Ma è così inevitabile? Le posizioni sono così distanti? I nodi, si sa, sono tre: ristrutturazione del debito, taglio delle pensioni e aumento dell'Iva. Prendiamo il secondo e vediamo di capire bene cosa sta accadendo ma, soprattutto, perché il Fmi sembra non voler prescindere da questo punto, mentre è più disposto al dialogo sugli altri due.