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SPY FINANZA/ I numeri che fanno tornare l'Italia nel "mirino"

Pubblicazione:giovedì 18 giugno 2015

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Con i depositi bancari al minimo dal 2004, dopo che dallo scorso mese di ottobre le fughe di capitali sono aumentate di volume progressivamente, il grido disperato della Banca centrale greca di ieri appare veramente l'ultimo appello a governo e creditori internazionali per evitare il default ellenico e le sue conseguenze, più imprevedibili di quanto sembrino. L'istituto centrale greco ha infatti messo in guardia dal fatto che senza un accordo con i creditori internazionali sulle misure da mettere in campo, il Paese inizierebbe un "percorso doloroso" che porterebbe verso il default e da ultimo all'uscita di Atene dalla zona euro. Stando alla Banca centrale greca, guidata dal governatore Yannis Stournaras, ex ministro delle Finanze del governo Samaras, il rallentamento economico del Paese probabilmente accelererà nel secondo trimestre dell'anno e l'attuale crisi ha generato un flusso di depositi in uscita dalle banche elleniche pari a 30 miliardi di euro nel periodo ottobre-aprile: «Il fallimento nel raggiungere un accordo segnerebbe l'inizio di un percorso doloroso che porterebbe inizialmente al default greco e da ultimo all'uscita del Paese dall'area euro e, più probabilmente, dall'Unione europea», ha scritto la Banca centrale in un rapporto. «Trovare un accordo con i nostri partner è un obbligo storico che non possiamo permetterci di ignorare», ha concluso l'Istituto. 

Ma al di là del caso greco, delle sue implicazioni e potenziali conseguenze, c'è dell'altro che la stampa autorevole continua a tacere. Ovvero, dopo almeno cinque anni di austerity nell'eurozona, soprattutto tra i Paesi periferici, non è cambiato proprio nulla. Anzi, le dinamiche macro sono peggiorate. Primo, come ci mostra il grafico a fondo pagina, i Paesi un tempo definiti Piigs stanno continuando a emettere debito a un tasso che è molto superiore a quello pre-crisi e pre-austerity. E, purtroppo, l'esempio concreto di questo lo offre proprio il nostro Paese, l'Italia. 

Ad aprile il debito pubblico italiano ha fatto infatti segnare un nuovo record, ma il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha bollato la questione come "noiosa". Stando a dati della Banca d'Italia, è aumentato di 10 miliardi, a 2.194,5 miliardi di euro. L'incremento, sottolinea via Nazionale, è stato superiore al fabbisogno del mese (6,4 miliardi) per l'aumento di 4,2 miliardi delle disponibilità liquide del Tesoro (a fine aprile pari a 83,1 miliardi; 77,4 ad aprile del 2014). In senso opposto ha operato l'effetto complessivo dell'emissione di titoli sopra la pari, dell'apprezzamento dell'euro e degli effetti della rivalutazione dei titoli indicizzati all'inflazione (0,6 miliardi). Con riferimento ai sottosettori, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 9,9 miliardi, quello delle Amministrazioni locali di 0,1 miliardi; il debito degli Enti di previdenza è rimasto sostanzialmente invariato. 

A via XX Settembre, tuttavia, non c'è ombra di preoccupazione. Almeno stando a quello che dice Padoan: «Questa del record del debito è una cosa veramente noiosa. Per definizione il debito aumenta, bisogna vedere se l'aumento è maggiore o minore del Pil nominale», ha detto il ministro dell'Economia, parlando in un Forum con Il Mattino di una "disinformazione" che lo manda «ogni volta in escandescenze. La finanza pubblica italiana - ha aggiunto il ministro rispondendo a una domanda sul rischio contagio dalla Grecia - è in condizioni di sostenibilità. Il debito italiano sta per voltare la collina e dall'anno prossimo comincerà a diminuire. Rispetto alla situazione del 2012, che era la situazione più critica, le cose sono sostanzialmente cambiate. C'è in generale una struttura istituzionale della zona euro decisamente migliore. L'Italia è in condizioni di stabilità». 


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