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SENTENZA CONTRATTI PA/ La nostra Costituzione è "schiava" di banche e finanza

Pubblicazione:giovedì 25 giugno 2015

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Tanto è vero che, se la Corte avesse deciso di procedere a un normale annullamento, avrebbe dovuto essere ritenuta responsabile, stante la rigidità introdotta nel sistema dall’art. 81 cost., di una manovra di aggiustamento finanziario dell’entità indicata dall’Avvocatura. Insomma, i soldi dati ai pensionati (o ai dipendenti pubblici) avrebbero dovuto essere ritrovati da qualche altra parte. E la responsabilità di questa nuova guerra tra poveri (o tra generazioni) avrebbe dovuto essere solo della Corte.

Forzando la disciplina del processo costituzionale - e la stessa Costituzione - la Corte si è inventata l’annullamento pro futuro. Il che - per stavolta - le ha consentito di mediare tra la rigidità del bilancio pubblico e l’esigenza di tutelare al meglio i diritti del lavoro. Ed è un risultato da salutare, per stavolta, con grande favore.

Non è detto però che queste mediazioni siano destinate a essere sempre possibili. Quello che si fa fatica a capire e a mettere a fuoco - ma che si comincia ora a vedere con migliore chiarezza - è che l’impianto costituzionale del Paese è sostanzialmente cambiato dopo l’introduzione del nuovo art. 81 cost. Il principio del pareggio di bilancio è solo apparentemente una norma costituzionale tra le altre. In realtà è lo strumento attraverso cui si è realizzato l’aggancio definitivo a una politica economica e a una politica sociale che è destinata a mutare definitivamente - e drammaticamente - il volto del Paese, come questi anni crisi dovrebbero avere dimostrato a tutti.

Da questo punto di vista, quanti vedono nella Corte il soggetto cui dovrebbe spettare il compito di tutelare il principio del pareggio di bilancio non si rendono conto - o fingono di non rendersi conto - che in questo modo tutta la Costituzione viene a subordinarsi alle esigenze di coloro che hanno premuto per l’introduzione di questo principio, trasformando i diritti costituzionali in diritti destinati a valere nei limiti di un bilancio statale che non è più governato dallo Stato - e dunque dai cittadini - nelle sue grandezze di fondo. Ma che è governato dall’esterno: e cioè da banche e finanza, mentre agli organi politici dello Stato tocca ormai solo il compito di “fare i compiti a casa”. E cioè rispettare le grandezze macroeconomiche programmate, pena la perdita di “credibilità” o il “conflitto” con le generazioni future. 



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