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SPY FINANZA/ La "febbre da trading" che può rovinare la Cina

Pubblicazione:sabato 27 giugno 2015

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Quattro i fattori di preoccupazione per la banca d'affari: l'aumentata offerta di equity, la continua bassa crescita degli introiti in un contesto di decelerazione economica, alte valutazioni e un eccessivo margin debt sul flottante libero della capitalizzazione di mercato. Chissà se la grande stampa da domani offrirà la stessa evidenza euforica ai 2 triliardi di dollari persi in due settimane dalla Borsa cinese che mise in campo quando sempre due settimane fa gli indici del Dragone superarono i 10 triliardi di capitalizzazione di mercato. Certo, lo Shanghai Composite nonostante tutto è ancora a +34% da inizio anno, ma nelle ultime settimane sta vivendo in un contesto di volatilità estrema, con cali intraday anche del 4% per poi chiudere in positivo magari del 2% sul finire di contrattazioni. Basta poco per tramutare la palla di neve in valanga in queste condizioni di mercato, tanto più che i cali stanno spaventando sempre più investitori retail, visto che questa settimana i prestiti sul margine degli indici cinesi combinati sono calati per quattro giorni di fila, frangente accaduto l'ultima volta nell'aprile 2014, prima della partenza del rally. 

E proprio un calo del margin debt potrebbe essere il catalizzatore di una correzione più netta, visto che il suo livello è aumentato di 5 volte in un anno ed è ora a quota 350 miliardi di dollari, più di Wall Street. Per questo Bank of America ha definito la bolla cinese peggiore di quella tech del 2000 e prevede un calo del 20-30% quando esploderà, mentre Credit Suisse crede che ci sia ancora margine di crescita e che la bolla comincerà a esplodere davvero nei prossimi sei mesi. 

C'è poi un assunto base per il quale la ricetta Usa della finanziarizzazione dell'economia non può funzionare in Cina ed è esplicitato dal grafico a fondo pagina, il quale ci mostra come gli assets finanziari rappresentino il 70,3% di tutti gli assets detenuti da cittadini Usa, una percentuale record ovviamente frutto del Qe della Fed, mentre gli assets più detenuti dai cinesi sono immobiliari, visto che il real estate pesa per il 74,7% del totale. Partendo da questo, ecco spiegato perché, nonostante Pechino stia cercando di rimpiazzare la bolla immobiliare con quella azionaria nel suo progetto di trasformazione della società da produttrice a consumatrice, il cosiddetto "effetto benessere" ("wealth effect") borsistico sull'economia in Cina è praticamente nullo. 

In mercati sviluppati come quello Usa, spesso indici al rialzo corrispondono ad aumenti della spesa per consumi e supporto alla crescita ma in Cina non è così: lo Shanghai Composite è salito del 122% negli ultimi dodici mesi, mentre le vendite al dettaglio nei mesi di aprile e maggio sono salite a livello annualizzato solo del 10%, il tasso di crescita più basso da cinque anni. Nonostante l'enorme numero di partecipanti retail al mercato equities cinesi, le proporzioni sono ancora ridotte: solo un cinese su 15 detiene azioni, contro più di un americano su due. Quindi, in Cina da un lato sono ancora i più abbienti a investire - i quali tendono ad accantonare i profitti, piuttosto che spenderli -, mentre chi compra equity come investimento differenziato, tende a non spendere per investire ancora di più in azioni sfruttando il rialzo che appariva inarrestabile. E questo contesto rende molto più doloroso e pericoloso un eventuale evento di crollo azionario. 

 


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