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SPY FINANZA/ Le ragioni per non aver paura della crisi greca

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Non è un caso che lunedì scorso proprio il numero uno della Bundesbank, prontamente spalleggiato dal suo ministro delle Finanze e da quello irlandese in sede di Eurogruppo, abbia chiesto la fine degli aumenti al tetto massimo dei finanziamenti Ela per la Grecia: era parte del piano, serviva ad accelerare la bank-run negli istituti ellenici per mettere pressioni su Tsipras attraverso i timori della sua base elettorale costretta a fare la fila ai bancomat di notte per paura di perdere il proprio denaro. E cosa disse Weidmann? Ovvietà: «Le politiche del governo greco hanno scatenato le fughe di capitali.. L'aumento dei fondi Ela desta seria preoccupazione se le banche prestano allo Stato (attraverso l'acquisto di bond, ndr)... L'aiuto Ela prolungato getta dubbi sul sistema bancario ellenico e la sua solidità». La scoperta dell'acqua calda, insomma, ma sufficiente a far aumentare ancora la corsa agli sportelli e mettere Tsipras con le spalle al muro. 

C'è poi una terza ragione che mi fa propendere per l'ottimismo di breve termine (anche perché se non si ristruttura il debito greco, i 15,5 miliardi di euro di nuovo salvataggio proposti, forse non basteranno nemmeno a passare l'estate). Se per caso entro stanotte a mezzanotte la Grecia non pagherà 1,5 miliardi al Fmi come concordato, quel possibile default potrebbe innescare le clausole di default su qualcosa come 130,9 miliardi che la Grecia deve all'Efsf, il fondo salva-Stati dell'Ue. 

A differenza di quanto si pensa, infatti, i prestiti del Fmi non includono alcun periodo di moratoria formale, visto che le regole impongano che lo staff mandi un'immediata richiesta di pagamento al creditore inadempiente, cui poi seguirà una notifica formale di mancato pagamento di Christine Lagarde al board esecutivo del fondo. E proprio questa notifica rappresenta un formale evento di default, il quale può attivare le clausole sui prestiti dell'Efsf e di altri soggetti cosiddetti ufficiali, dando vita al cosiddetto "cross-default". 

Una volta accaduto questo, i creditori europei devono accelerare le pratiche e chiedere immediato pagamento di tutti i crediti Efsf: non avendo la Grecia i soldi per pagare nemmeno gli 1,5 miliardi iniziali al Fmi, sarebbe default sull'intera catena di prestiti, con l'Europa che vedrebbe 130 miliardi di euro dell'Efsf diventare inesigibili e da iscrivere come equity negativa a bilancio. Certo, formalmente Christine Lagarde ha 30 giorni per notificare il default al board esecutivo, ma pensate che correrebbe il rischio di vedere 130 miliardi di liabilities piombare sulla testa dell'Eurosistema? Oddio, se il Fmi lavorasse per conto americano, cioè della Fed, questa sarebbe l'occasione perfetta per far precipitare l'Europa nel caos stile 2011 e "costringere" Janet Yellen a rinviare l'aumento dei tassi e attivare il Qe4 per salvare i cugini d'Oltreoceano attraverso le swap lines... 

C'è poi un'extra-ragione che mi fa essere ottimista, ovvero il fatto che al netto della propaganda e del consenso interno da mantenere, Tsipras sa di avere torto marcio su uno dei nodi cardine del conflitto con i Fmi, ovvero la riforma del sistema pensionistico. E vi spiego perché. Atene spende circa il 16% del Pil per finanziare il sistema pensionistico e il Fmi le ha chiesto di scendere al 15%, non al 2%. Ma la cosa più bella è come funziona il sistema pensionistico greco, dove ricordo si chiude la vita lavorativa a 57 anni con l'85% dell'ultimo stipendio. 

Il 57% del totale delle prestazioni erogate proviene dai contributi a vario titolo di lavoratori, imprese e professionisti, mentre il restante 43% è un trasferimento a carico della fiscalità generale! Non vi pare che ci sia un piccolissimo buco strutturale e che se i creditori chiedono di metterci mano sia più che legittimo?