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SPY FINANZA/ Le "balle" di Draghi sull'economia europea

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Ora, guardate il primo grafico a fondo pagina, il quale ci mostra le emissioni nette pro-quota per Paese per l'intero anno in corso: come fa Mario Draghi a comprare di più o più a lungo? Quanto deve abbassare il rendimento minimo per le securities elegibili all'acquisto per riuscire a comprare per 60 miliardi al mese e oltre fino al settembre 2016? Capite da soli che Mario Draghi sta cercando di vendere ai mercati una realtà che non c'è già oggi, a fronte di un mercato illiquido che reagisce a scossoni verso ogni minima deviazione dal percorso tracciato, ovvero quello di un Qe perenne che garantisca corsi in rialzo a livello globale a fronte di dati macro da mani nei capelli. 

Non a caso, interpellato al riguardo dai giornalisti, Draghi ha anche dato la sua interpretazione al forte rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato dell'area euro, soprattutto dei Bund tedeschi, nell'ultimo mese: questo aumento, ha detto, è legato al miglioramento delle prospettive di crescita, a maggiori aspettative di inflazione ma anche a motivazioni tecniche legate ai meccanismi di mercato. E poi la bomba, ovvero una delle poche confessioni di realtà: «Dobbiamo abituarci a periodi di maggiore volatilità, che sono normali quando i tassi sono così bassi». 

Reazione immediata del mercato? Ce la mostra il secondo grafico, il Bund a 10 anni ha toccato quota 80 punti base, su di 9 punti base intraday e un salto a due giorni di 35 punti base, il peggior movimento sulle 48 ore dall'ottobre del 1998! Diciamo che essendo una realtà, quello della volatilità era un testo che i mercati avrebbero preferito non venisse toccato. Alla Bundesbank immagino stiano festeggiando... Ma torniamo alla narrativa ufficiale della Bce. I cui economisti prevedono inoltre una crescita del Pil nell'area euro dell'1,5% nel 2015 ,dell'1,9% nel 2016 e del 2% nel 2017, previsioni rimaste invariate rispetto a quelle di marzo. 

Recentemente, ha ammesso Draghi, «c'è stata una qualche marginale perdita di slancio della ripresa che dipende soprattutto da fattori esterni, come il rallentamento dei mercati emergenti», ma la domanda interna sta migliorando. Ora, delle due l'una. O Mario Draghi sa che per certo che la Fed non alzerà i tassi a settembre (di più, per l'intero 2015), cosa probabile perché tra banchieri centrali ci si parla, oppure sta vagamente sottovalutando cosa significherebbe l'hike tantrum, ovvero la reazione all'aumento del costo del denaro, da parte dei mercati emergenti, indebitati come non mai in dollari e che piomberebbero in una crisi di gestione dei loro stock mai vista, capace di innescare scossoni globali che l'anemica domanda interna europea non sarebbe minimamente in grado di tamponare. 

Bene, peccato poi che l'intera impalcatura di balle della Banca centrale crolli sotto il peso di questa frase di Mario Draghi, il quale ha notato che «la tendenza dei prestiti alle imprese nell'Eurozona rimane sotto tono». Come diavolo si fa a pensare a un aumento del Pil e della domanda interna, se non riparte - come vi dico da prima che iniziasse il Qe - il meccanismo di trasmissione del credito? Il Qe serve solo ad alzare le prospettive inflazionistiche, alla Borsa e alle banche, visto che l'euro è vittima di enormi scossoni e non tarderà a risalire pesantemente nel cross con il dollaro e che l'economia reale continua ancora a pagare tassi altissimi a dispetto dell'Euribor a 3 mesi negativo e le sofferenze bancarie sono in continuo e drammatico aumento. 

 

 



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