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Economia e Finanza

FINANZA/ Il test "di sinistra" che boccia Renzi

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Non si è agito perché, come insegna la scuola del public choice, dare seguito alle proposte, ad esempio, del gruppo guidato da Carlo Cottarelli, (come la riduzione e revisione delle tax expenditures) avrebbe colpito gruppi e categorie, forse non numerosi quanto i pensionati, il pubblico impiego e il lavoro dipendente, ma molto "rumorosi" e in grado di incidere là dove la maggioranza è più traballante. In aggiunta sono state aumentate proprio le voci di spesa pubblica scarsamente produttiva e in alcuni casi la spesa pubblica poco produttiva è stata resa del tutto improduttiva: la spesa di parte corrente continua ad aumentare (specialmente nelle voci dei consumi correnti) nonostante la riduzione della spesa per il personale. Una tattica comprensibile e giustificabile se si ha l'obiettivo legittimissimo di restare il più a lungo possibile nella "stanza dei bottoni", ma non certo "di sinistra".

I provvedimenti, più di impatto mediatico che di sostanza, nei confronti della fasce povere, come gli 80 euro mensili in busta paga, non toccano la vasta area dell'impiego individuale (colf, badanti, precariato) i cui livelli e i consumi sono o al di sotto della linea di povertà oppure ai margini della linea medesima. Qualcosa di analogo si può dire per i provvedimenti sul mercato del lavoro: coniugare le liberalizzazione delle tutele crescenti con tax expenditures crea una nuova categoria di "precari triennali" e un incentivo a cambiare cavalli quando il primo gruppo ha completato il triennio. Sarebbe stato maggiormente "di sinistra" un contratto a tutele crescenti senza incentivi a mutare lavoratori dopo i canonici tre anni. Ragionamenti analoghi si possono fare per la piccola riforma della scuola, ancora comunque in cantiere.

Una politica economica "di sinistra" avrebbe preso l'avvio dalle differenze settoriali di produttività nei principali settori dell'economia, perché l'aumento della produttività è la leva principale per creare benessere, principalmente per i più svantaggiati. In quasi tutti i comparti (e nella produttività multifattoriale), l'Italia ha quasi sempre la maglia nera. Uno studio fresco di stampa del Fondo monetario mostra come il comparto a più bassa produttività in Italia è quello dei servizi e che ciò deriva da quanto poco è stato fatto in materia di liberalizzazioni. Ce lo ha detto l'Ocse e ce lo ripete proprio in questi giorni il volume Liberalizzazioni: un'incompresa necessità dell'Associazione Società Libera. Liberalizzare è "di sinistra" se accompagnato da una regolazione appropriata.

Se questa analisi è corretta, l'impoverimento dei ceti medio-bassi, in parte causato da politiche che hanno posto su di loro il costo dell'aggiustamento strutturale dell'economia italiana, ricorda quello che accompagnò la fine del miracolo economico. Prepariamoci a un nuovo autunno caldo.

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