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SPY FINANZA/ I guai delle banche "nascosti" dalla crisi greca

Pubblicazione:mercoledì 1 luglio 2015

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Il primo ci mostra il costo del debito come percentuale del Pil e dimostra plasticamente che l'esborso ellenico per il servizio - come risultato della ristrutturazione con i creditori privati del febbraio 2012 - è stato nel 2014 molto più basso di quello pagato da Italia, Belgio, Francia, Spagna e Portogallo (in relazione al Pil). Il secondo grafico ci mostra come anche nel 2015 la musica non sia cambiata, visto che i 23,4 miliardi di euro di costo del servizio del debito greco sono più bassi di cinque controparti greche nell'eurosistema. Insomma, per la Bce e le sue tabelle, il costo del debito greco è sostenibile. Peccato che al netto di entrate fiscali in continuo calo, fughe di capitali e corsa ai depositi bancari, Pil in contrazione di nuovo nel primo trimestre di quest'anno e uno scadenziario dei rimborsi abbastanza mal formulato, Atene arrivi a ogni fine mese con gli spiccioli in tasca e poco più. E che, da qui al 2057, debba rimborsare qualcosa come 275 miliardi di euro. 

C'è però un qualcosa che non mi torna, cari lettori. Per quanto l'eventualità di Atene che lascia l'Ue sia un evento sistemico, com'è possibile che una nazione la cui economia pesa per il 3% del Pil Ue e il cui mercato azionario ha una capitalizzazione inferiore a quella di una big quotata allo Standard&Poor's 500, possa inviare scossoni di contagio in Giappone, Cina e Wall Street? Non parlo di ieri, quando il rimbalzo è stato generalizzato, ma di lunedì. E non lo dico per volontà di difendere la Grecia e le sue scelte (non sono mai stato tenero con nessuno in questa vicenda), ma perché ci sono dinamiche che mi fanno temere altro e di più serio. 

Partiamo da un dato: money managers e investitori privati hanno tolto circa 109 miliardi di dollari dal mercato equities Usa e ne hanno immessi 66 in quello europeo da inizio anno, stando a dati di Bank of America. Non a caso, lo Stoxx Europe 600 ha guadagnato il 13% da gennaio, contro solo il 2% dello Standard&Poor's 500. Ora guardate il grafico a fondo pagina, corredava uno studio pubblicato proprio lunedì da Barclays e mostra come il mercato equities europeo abbia già iniziato da tempo il decoupling da quello ellenico, ovvero viaggiano su corsi divergenti. 

Il titolo del report è chiaro, "Grecia: contagio contenuto" ed è stato curato dal capo del dipartimento European Equity Strategy della banca: «Nonostante questi pattern potrebbero vedere un'inversione nel breve periodo, pensiamo che il supporto fondamentale proveniente dalla ripresa in atto nell'area euro dovrebbe dominare le forze contrarie». Ora, con tutto il rispetto degli analisti di Barclays, due quesiti. Primo, dove vedono la ripresa in Europa se la scorsa settimana la Francia ha festeggiato l'80mo mese consecutivo di aumento della disoccupazione, ieri la stessa Germania ha visto le vendite al dettaglio in calo dello 0,4% anno su anno (gli analisti si attendevano un incremento tendenziale addirittura del 2,4%), a giugno l'inflazione è tornata a frenare a +0,2% dal +0,3% del mese precedente, nonostante il Qe in atto nel primo trimestre il Pil dell'eurozona è cresciuto solo dello 0,4% contro attese dello 0,5%, già in se modeste? 

 


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