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EURO KAOS/ La "vittoria" di Cina e Usa sul Vecchio continente

Il presidente cinese Xi Jinping con Barack Obama (D) (Infophoto) Il presidente cinese Xi Jinping con Barack Obama (D) (Infophoto)

Nulla, in ogni caso, verrà toccato prima delle elezioni francesi del 2017. Difficile che questa prospettiva possa ribaltare il circolo vizioso che genera sfiducia, frena gli investimenti e comprime la crescita della produttività. Si entra così in una strana area grigia: la crisi greca ha da un lato offerto l'occasione per testare l'efficacia dell'arsenale delle armi finanziarie apprestate da Mario Draghi per respingere eventuali attacchi alla moneta comune, ma ha anche reso evidenti le distanze culturali abissali che rendono difficile la costruzione europea. 

La Comunità è figlia della prodigiosa cultura burocratica tedesca maturata nel XIX secolo sull'onda della creazione della Posta che, secondo l'antropologo anarchico David Graebner, è stata la madre dello stato-nazione germanico. Nel 1867 l'impero rilevò la società cresciuta all'ombra della famiglia Thurm un Taxis (di origine bergamasca). Nei vent'anni successivi, a mano a mano che nasceva la moderna Germania, il servizio postale si estese con burocratica efficienza a tutto il Paese: una sorte di Lego che prevedeva da 3 a 9 consegne quotidiane nelle principali città con chilometri di tubi pneumatici sotterranei che collegavano in tempi quasi reali ogni angolo di Berlino. Un sistema che impressionò a tal punto Lenin a considerare la Posta tedesca come il prototipo dell'azienda socialista. Ma che impressionò pure Mark Twain o altri osservatori. È su questo modello che è cresciuta la Germania. Ed è il principio su cui si è fondata la gestione dell'Europa, tra interminabili direttive e milioni di regolamenti del tutto ragionevoli per i tedeschi. Assolutamente alieni per i latini, che ormai vedono Bruxelles come un'antagonista, non come la propria capitale. E così si rischia di procedere, senza la forza di individuare un terreno comune che vada al di là delle regole più o meno stringenti. 

L'Europa, nel momento dell'emergenza, è incapace di tradurre in azione politica ed economica la sua massa critica. Se l'Unione europea sopravvivrà agli stress di questi mesi (non solo Grecia, ma anche Ucraina e la polveriera del Medio Oriente) lo si dovrà, come ha anticipato Romano Prodi, all'azione comune degli Usa e della Cina, preoccupate dal vuoto politico che si potrebbe aprire con il tracollo della Comunità. Ma questo, come sempre, avrà un prezzo. Politico ed economico. 

Lo stallo europeo impedisce al Vecchio Continente di prendere, per tempo, decisioni urgenti e necessarie sul proprio futuro. In questi anni l'Ue, condizionata dal surplus commerciale e dall'austerità nella spesa per investimenti della Germania, ha basato le sue prospettive di crescita solo sull'export. Una formula che segna il passo ora che i grandi Paesi produttori di materie prime, vedi il Brasile, sono in profonda crisi e altri, come la Cina, stanno avviando una metamorfosi da paese-fabbrica a economia basata sui servizi, dotata di una finanza moderna e trasparente. Impresa difficile e irta di ostacoli, come dimostra il crollo della Borsa di Shanghai, frutto di un rialzo gestito tecnicamente molto male dalle autorità cinesi, ma anche figlio delle migliori intenzioni di riforma. 

Vedremo nei prossimi giorni se l'intervento drastico, di sicuro illiberale, sul mercato da parte delle autorità, avrà fatto rientrare o meno la grande paura. Ma la sensazione è che il futuro del mondo, anche per quel che riguarda la parte euroasiatica, oggi si giochi su ben altri campi di gioco, rispetto alle istituzioni europee. Ove, tra l'altro, se si eccettua la grande opera di Mario Draghi, l'Italia è sempre meno presente. 

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