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Economia e Finanza

EURO KAOS/ La "vittoria" di Cina e Usa sul Vecchio continente

La crisi greca sta mettendo in luce quanto l'Europa sia in stallo. Se l'Ue sopravviverà, ricorda UGO BERTONE, lo si dovrà a Usa e Cina. Ma tutto questo avrà un costo

Il presidente cinese Xi Jinping con Barack Obama (D) (Infophoto)Il presidente cinese Xi Jinping con Barack Obama (D) (Infophoto)

Consoliamoci: viviamo un'epoca interessante. Magari turbolenta, ma senz'altro non corriamo il rischio di annoiarci. Il no dei greci al referendum del 5 luglio ha rappresentato, anche dal punto di vista simbolico, il punto di rottura di equilibri ormai logorati, anche dalla tattica adottata da Atene: il continuo annuncio da parte greca di una soluzione imminente nei negoziati in corso con i creditori, ripetuto e poi smentito con il risultato di spiazzare, a livello quasi subliminale, gli interlocutori e di far passare l'idea che i cattivi sono gli altri. Una tattica che ha pagato sia a livello elettorale, come dimostra la massiccia adesione dell'elettorato ellenico alla chiamata di Alexis Tsipras, sia con la simpatia raccolta tra i populisti di destra e di sinistra, forze che ormai possono ambire alla leadership in più Paesi dell'Unione europea. 

L'esito delle urne greche lancia una pesante ipoteca su quel che potrà accadere in Spagna e in Portogallo, che tra pochi mesi dovranno affrontare le elezioni politiche. Non meno rilevanti le ripercussioni psicologiche nel Regno Unito, ove cresce la tentazione del Brexit. Ma nessuno è immune. L'improvviso attivismo della Francia, la più energica nel chiedere una pronta riapertura di una linea di credito verso Atene, dimostra che François Hollande ha ben chiaro che ogni giorno di crisi porta acqua al mulino del Front National. Soffre anche Angela Merkel, già alle prese con un'emorragia costante del consenso dei parlamentari del suo partito.

L'andamento delle Borse lascia prevedere che, finalmente, il dramma greco in qualche maniera troverà una soluzione nel weekend. Comunque vada a finire, la Grecia avrà in prestito i capitali sufficienti per non far deflagrare l'economia dei suoi creditori. Per il resto, tocca ad Atene decidere se sottoporsi a un salvataggio in extremis o scegliere di allentare i legami con l'area euro, magari procedendo alla creazione di una valuta da utilizzare solo all'interno. È un passaggio decisivo, ma solo per i greci: tocca a loro decidere, da soli, se ripartire o se condannarsi a una povertà che potrebbe durare non pochi anni.

Per il resto, comunque si chiuderà la partita greca, l'impatto sul futuro dell'euro è destinato a esser profondo. Certo, non mancheranno nuovi attestati di fiducia sulla solidità dell'euro. Il che suona, nonostante la straordinaria efficacia del lavoro di Mario Draghi, come una conferma della debolezza della valuta unica. Nessuno, d'altro canto, osa mettere in discussione la solidità del dollaro dopo una dichiarazione di default di Portorico, così com'è avvenuto in anni recenti per la bancarotta di Detroit o il default della California. Al contrario, l'euro è l'unica valuta al mondo di cui si sente il bisogno di riaffermare ogni giorno la sua irreversibilità. 

"L'euro è stressante - ha scritto Alessandro Fugnoli -, è una continua esperienza di quasi morte seguita da resurrezione. In un portafoglio costruito su Marte sarebbe perfetto come elemento satellite, in cui entrare e da cui uscire, di un nucleo duro fatto di dollari e renminbi". Difficile che le reazioni al dramma di Atene possano favorire un cambio di rotta o tantomeno accelerare le riforme suggerite da Il Piano dei Cinque Presidenti, ispirato soprattutto da Mario Draghi alla vigilia della fase più acuta della crisi, che va nella direzione dell'irreversibilità dell'euro e di Eurolandia attraverso la creazione di una tesoreria unica federale e l'avvio di elementi di politica fiscale comune. Non solo gli umori dell'elettorato non vanno in quella direzione, ma il progetto ha tempi lunghissimi.