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Economia e Finanza

EURO KAOS/ La proposta che può salvare Grecia e Ue

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E l’Italia? Matteo Renzi è rimasto fuori dai giochi. Un po’ per scelta un po’ per necessità. La tesi di Pier Carlo Padoan è che siamo troppo fragili, quindi è meglio tenere giù la testa. Ma il capo del governo ha fatto di più, è volato a Berlino per baciare la pantofola. Un gesto inopportuno? L’Italia non poteva dare spago ai gruppettari confusi e pasticcioni di Atene, sostenuti dalla brigata Kalimera (l’estrema sinistra), da Beppe Grillo, da Renato Brunetta, da Matteo Salvini, insomma, da tutti i nemici giurati del governo. Renzi, così, si è fatto guidare da Draghi. E non da adesso.

La svolta risale a un anno fa esattamente al 13 agosto quando il capo del governo ha incontrato il presidente della Bce nella casa di campagna di quest’ultimo vicino a Città della Pieve. Tra i due non c’era feeling e forse ancor oggi la chimica personale è scarsa, ma fatto sta che da allora Renzi ha accelerato sulle riforme cominciando dal Jobs Act e ha seguito in Europa una linea di basso profilo, al di là delle battute e delle sceneggiate mediatiche. La riprova non sta tanto nei memorandum della diplomazia economica, ma nel documento chiave che caratterizza il rapporto con l’Ue, cioè la Legge di stabilità. Accettato il limite del 3% nel rapporto deficit/Pil e coperto il bonus degli 80 euro, Renzi e Padoan hanno fatto il minimo indispensabile, aspettando di spiegare le vele al vento del Quantitative easing prima e della congiuntura poi. La politica monetaria ha funzionato, ma la ripresa si è rivelata una ripresina. La tentazione per il 2016 è ripetere lo stesso copione, anche se ci vorrà altro (basti pensare che a bocce ferme bisogna già trovare 20 miliardi) e il piccolo cabotaggio non basta più.

Sul negoziato in corso, c’è la netta sensazione che Renzi abbia accettato l’idea tedesca di una Grexit temporanea e governata (dalla Bce). Un cambiamento radicale che un domani potrebbe tornare utile anche all’Italia. Ma non si è mai capito se Renzi ha o no una politica europea. Parla di “Europa casa dello sviluppo”: cosa vuol dire in concreto? Un fondo europeo per gli investimenti? Una politica espansiva della Germania che con il suo avanzo estero pari a 7 punti di Pil viola ogni accordo europeo? Giulio Tremonti propose, insieme a Juncker, gli Eurobond. Venne sconfitto, ma l’idea resta valida e prima o poi andrà ripresa, Grexit o non Grexit. Mario Monti si è battuto per escludere gli investimenti dal patto di stabilità e per non considerare l’impatto della recessione, aprendo uno spiraglio di flessibilità alla politica fiscale nazionale. Poi il silenzio.

Qualcosa da dire in realtà ci sarebbe stato. Un Paese che sta facendo le riforme, come Renzi giustamente ricorda a ogni piè sospinto, potrebbe avere la credibilità per proporre un intervento strutturale sui debiti, la pesante zavorra che blocca l’intera Unione. Non è solo una questione di rapporto con il prodotto lordo, ma anche un problema in termini assoluti. È vero, la Germania può finanziare i suoi duemila miliardi di debito a tasso zero, ma sono pur sempre duemila miliardi da pescare sul mercato, un flusso che spiazza i duemila miliardi che gli italiani debbono collocare con rendimenti più elevati (e quindi costi maggiori per la finanza pubblica tricolore). E cosa succederebbe alla Francia con i suoi 1.600 miliardi senza lo scudo tedesco? Quanto alla Spagna che ha avuto un balzo record, quasi quaranta punti di Pil, rispetto a prima della crisi?