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NO GREXIT/ Riserve auree e privatizzazioni: quando l'Italia è andata a pegno in Europa

L'Italia ha dovuto più volte garantire l'assistenza finanziaria chiesta all'Europa: nel 1974 con l'oro alla Bundesbank, negli anni 90 con massicce privatizzazioni. ANTONIO QUAGLIO

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Della lunga notte dell'Eurosummit, il premer italiano Matteo Renzi si è attribuito apertamente un solo passaggio: l'aver incalzato l'Ue-19 a mantenere ad Atene il super-fondo destinato a raggruppare gli asset pubblici greci (soprattutto infrastrutturali) che verranno posti a garanzia del piano di aiuti da 86 miliardi a fisco e banche. Non è affatto sorprendente che Renzi si sia preoccupato di non vedere "pignorato" addirittura fuori confine (in Lussemburgo) quello che resta del patrimonio statale di Atene.

Creato in forma di "lista di privatizzazione", il fondo chiesto da creditori e inserito nell'accordo con il governo ellenico non è troppo dissimile - almeno nello schema sostanziale - dal fondo taglia-debito su cui in Italia si congettura da almeno un paio d'anni. Fra Roma e Milano, fra Parlamento, giornali e università lo spunto non cambia: raggruppare beni pubblici (come minimo quelli immobiliari, come massimo anche quote azionarie di aziende statali e municipali) e metterli al servizio di operazioni di riduzione/stabilizzazione del debito.

A differenza della Grecia, l'Italia conta per ora di poter decidere su tempi e modi di una manovra che rimane ancora eventuale. Ma il debito italiano rimane il più alto nell'eurozona dopo quello greco; e guarda caso Renzi ha mostrato grande ed esplicito allerta sulla possibilità dell'Europa di disporre di beni dei singoli Stati nazionali in funzione di rifinanziamento/abbattimento d'emergenza del debito. Non sarebbe tuttavia la prima volta che l'Italia si ritroverebbe a garantire con propri beni richieste di credito all'Europa.

Il caso più éclatante è ormai lontano, ma non per questo poco significativo. Nel 1974, all'indomani dello choc petrolifero, l'Italia con la sua lira e il suo debito pubblico si ritrovano nella tempesta. Il Governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, vola in Germania e negozia con la Bundesbank un prestito da due miliardi di di dollari (1.300 miliardi di lire) denominato in marchi. Il finanziamento (siglato politicamente in un summit fra il premier italiano Mariano Rumor e il cancelliere Helmut Schmidt) viene garantito da Roma con un quinto delle riserve d'oro di Via Nazionale, tradizionalmente consistenti e favorite sul mercato dalla fine della convertibilità aurea del dollaro. Il debito (che assomoglia molto a un "pronti contro termine" in oro) viene estinto due anni dopo e in parte sostituito da una linea di credito negoziata con il Fondo monetario internazionale.

Gli anni '80 tolgonoo l'Italia dal novero dei paesi diretti debitori di altri paesi e la inseriscono fra quelli che invece godono di credito crescente sul mercato internazionale dei capitali privati, in gran sviluppo. Ma proprio all'indomani dei Trattati di Maastricht (fine 1991) un attacco speculativo alla lira - inutilmente difesa dalla Banca d'Italia di Carlo Azeglio Ciampi, con dispendio di riserve valutarie - obbliga l'Italia a una svalutazione interna alla banda dei cambi semifissi pre-euro. Nei fatti è tuttavia un altro il costo sostenuto dal Paese per restare agganciato al treno europeo in marcia verso l'unione monetaria: una massiccia e accelerata campagna di privatizzazioni.


COMMENTI
15/07/2015 - commento (francesco taddei)

questo perché i cattivoni tedeschi risparmiano e investono. noi ci indebitiamo e sperperiamo. da più di 150 anni. le loro macchine sono di qualità e chi le compra è disposto a pagare di più per la qualità, l'unica nostra industria dell'auto è andata fallita meno di dieci anni fa e ora ci comandano da Detroit. sarà il caso di rivedere la politica?