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SPY FINANZA/ Iran e petrolio, la guerra che "fa comodo" agli Usa

Pubblicazione:sabato 18 luglio 2015

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Qualche ipotesi. Come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, a febbraio di quest'anno tre delle principali aziende petrolifere ed estrattive Usa - Schlumberger, Halliburton e Weatherford - avevano annunciato tagli occupazionali, per riduzione delle spese operative, nell'ordine delle 20mila unità. Insomma, si ottimizza la produzione, pompando al massimo e strizzando i margini al limite, avendo ancora per qualche mese la copertura hedge dei derivati contratti che permettono di avere una valutazione di circa 90 dollari al barile ma si licenzia personale, con ovvie ricadute sull'economia reale di molte aree, dal Texas al South Dakota. 

Ma la cosa potrebbe peggiorare, perché il petrolio è la commodities più finanziarizzata al mondo e come ci mostra il secondo grafico, i junk bonds legati al comparto energetico hanno perso il 3% del valore nelle ultime due settimane, visto che i traders si tengono lontani dall'alto rendimento, spedendo gli yields di molte obbligazioni sopra il 10%, livello normalmente associato al rischio di default. Tanto che per Margie Patel della Wells Capital Management, «se si resterà vicino a questi livello, i produttori con costi marginali alti non sopravviveranno». Insomma, gli Usa hanno un problema. Ma c'è chi sta peggio, ovvero l'Arabia Saudita, il principale alleato di Washington nell'area calda del mondo arabo e deus ex machina di quell'Opec che con la sua decisione di non abbassare la produzione sotto i 30 milioni di barili lo scorso hanno è stata la dinamo del crollo dei prezzi, almeno stando a molti osservatori. 

Riyad, infatti, lo scorso anno ha dovuto prendere in prestito 4 miliardi di dollari dai mercati, emettendo il primo bond da otto anni a questa parte per sostenere la spesa pubblica dopo che il crollo del prezzo del greggio ha duramente intaccato le entrate governative. Gli analisti hanno stimato un deficit di circa 130 miliardi di dollari quest'anno, quindi le emissioni continueranno visto che da agosto 2014 a oggi Riyad ha già messo mano alle riserve estere per 65 miliardi di dollari. L'Arabia Saudita ha un breakeven fiscale a 105 dollari al barile e con il prezzo stimato per quest'anno nell'area dei 58 dollari, se il governo continuerà a produrre come al solito senza emettere debito, le riserve potrebbero essere bruciate del tutto al massimo entro l'inizio del 2019. L'America ha spinto per un accordo con l'Iran al fine di restituire lo sgarbo all'Arabia, storico nemico di Teheran? Oppure quell'accordo, così come il super-tanker iraniano miracolosamente riapparso sui radar l'altro giorno, sono soltanto segnali di qualcos'altro, cioè l'intenzione di far deteriorare in fretta la situazione - addossando la responsabilità sull'Iran, magari con qualche false flags e potendo dire al mondo che l'Occidente aveva messo tutta la buona volontà per mediare - per arrivare a uno scontro sul campo, frontale, che funzioni da moltiplicatore keynesiano dell'anemico Pil Usa? Magari utilizzando l'Isis come accelerante dell'incendio doloso? 

 

 


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