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CRISI GRECIA/ Il tradimento dell'Europa colpisce anche l'Italia

Pubblicazione:giovedì 2 luglio 2015

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La crisi economica ha messo in evidenza le fragilità europee, oltre a quelle di determinati Stati membri tra cui la Grecia, ma anche l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda, l’Olanda, la stessa Francia e persino la Germania, che, se smettesse di mettere la polvere sotto il tappeto, dovrebbe denunciare una condizione sociale interna ampiamente deteriorata. Inoltre, la reazione tecnocratica europea ha aggravato i danni della crisi con l’introduzione degli strumenti di sorveglianza macroeconomica, che impediscono azioni positive dei governi nazionali, e la richiesta di riforme strutturali, che riducono i diritti del lavoro e i diritti sociali e favoriscono la speculazione sui debiti sovrani degli Stati membri.

Sembra mancare un’idea per porre rimedio a questa situazione e per superare la crisi.

In realtà, l’idea c’è ed è stata formulata nel giugno del 2012 proprio dai Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea, prima che il piano della Commissione li fagocitasse, “l’unico modo per uscire da questa crisi è avere più Europa, non meno Europa”. E come riferì a Londra Mario Draghi, nell’agosto dello stesso anno, “Un’Europa fondata su quattro pilastri: unione fiscale, unione finanziaria, unione economica e unione politica. Questi pilastri, in due parole (…) significano che molta più sovranità sarà esercitata a livello sovranazionale”.

Bene, se questa è l’idea, bisogna prendere atto che i Capi di Stato e di Governo hanno perso l’orientamento e il senso del discorso politico europeo. Se lo avessero mantenuto, non ci sarebbe il revanscismo nazionalista nei diversi stati membri e soprattutto non ci sarebbe una questione greca.

La questione greca, nata con un debito di 30 miliardi di euro e giunta ora - grazie alla speculazione - a un debito di 300 miliardi di euro, infatti, non esiste. Se 11 milioni di persone che costituiscono uno dei popoli più antichi e, a ragione, più fieri del Mediterraneo, possono mettere in crisi l’eurozona, dove vivono più 336 milioni di persone, la colpa è dell’eurozona e non può essere certamente della Grecia, quale che sia la responsabilità di quest’ultima, che pure esiste.

Infatti, l’euro si salva e i debiti dei greci verso gli altri Stati si possono ripagare se la zona euro cresce grazie a una politica economica forte e comune, fondata su una fiscalità e un governo europeo; in una parola - come si è detto - con “più Europa”. Non serve, perciò, comprimere i diritti dei greci e imporre loro l’aumento delle imposte; quella della troika è una strada sbagliata per l’Europa e senza sbocco per i greci e questi fanno bene a reagire.

Un popolo che, nonostante il dominio ottomano per secoli, ha mantenuto la sua lingua, la sua religione e la sua immensa cultura, certamente non può farsi impressionare dal piccolo Jean-Claude Juncker, ex primo ministro del paradiso fiscale del Lussemburgo, dalla Signora Christine Lagarde, che nella sua imbarazzante lettera a Sarkozy si dichiarava pronta a tutto per “essere utilizzata”, e dalla dottoressa Angela Merkel, attuale rappresentante di quel popolo barbaro che si macchiò di eccidi efferati in terra di Grecia, anche contro i soldati italiani, e che non ha pagato i suoi debiti di guerra.


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