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L'INTERVISTA/ Romiti: "Made in Italy vincente in Cina, ma manca una strategia-Paese"

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Cesare Romiti.  Cesare Romiti.

Sono quattro i fattori che hanno consentito alla Cina di diventare di fatto la prima economia mondiale, tutti interconnessi tra loro. Il primo è sicuramente quello dell’urbanizzazione, visto che per la prima volta nel 2013 in Cina si sono registrati più abitanti nelle città che nelle campagne. In Cina in questo momento ci sono più di 100 città con oltre un milione di abitanti e questo crea enormi opportunità per le nostre imprese. Il secondo motore è la svolta dei consumi, grazie al passaggio da un’economia col più alto tasso di risparmio al mondo all’incentivo al consumo che nel 2014 è diventato parte preponderante del Pil del Paese. E chiaramente un mercato potenziale di un miliardo e 400 milioni di consumatori è un mercato che racchiude enormi opportunità.

 

Quindi la Cina non è più solo la “fabbrica del mondo”.

Assolutamente no. E' invece ormai il mercato interno più allettante del mondo. Questo è estremamente collegato alle altre due svolte: la svolta dei servizi e l’attenzione alla qualità. Anche in questo caso il 2013 è stato un anno di svolta, il primo in cui la percentuale dei servizi rispetto alla composizione del Pil è stata superiore sia a quella del settore industriale sia a quella del settore agricolo, e il superamento è avvenuto anche nel numero dei lavoratori. Ultimo fattore di sviluppo è quello della qualità: la fine della crescita a doppia cifra è stato un aspetto previsto e voluto nel XII piano quinquennale, con la scelta di puntare non più sulla quantità ma sulla sostenibilità, e questo vuol dire anche opportunità nuove ed enormi in determinati settori, come quelli ambientali e sanitari.

 

Ha ragione o torto chi preconizza una possibile implosione dell'Azienda-Cina, legata essenzialmente al suo non essere una democrazia di mercato?

È dal Settanta che si dice che la Cina sta per crollare. Chiaramente il sistema cinese è un ibrido, formalmente socialista all’interno di un regime di un capitalismo quasi estremo. Ma alla domanda su una possibile implosione, non vedo pericoli. Si parla da decenni di una crisi cinese e il fatto che la Cina per la prima volta non abbia raggiunto il target auspicato dello 0,15%, crescendo del 7,4 invece che del 7,5%, non può certo far parlare di crisi. Guardare a questa situazione con preoccupazione è un controsenso se pensiamo ai nostri tassi di crescita, tanto più che era un aspetto ampiamente previsto dall’ultimo piano quinquennale. Nel comunismo cinese di oggi i mezzi di produzione sono privati, non più proprietà dello Stato, sebbene lo stesso Stato ne possegga una grande massa. Si parla di uno Stato comunista perché il potere è ancora nelle mani di una classe dirigente che si autorigenera nella scuola e nel partito, dove si insegna il modo di dirigere il Paese e si crea una classe politica che lo comandi.

 

Alla Cina si rimprovera ancora qualche limite sul terreno di diritti e tutele civili.

Un sistema mostra ancora qualche ruvidezza, ma al contempo, garantisce libertà ai mezzi di produzione e alla produzione stessa. E questo dovrebbe essere uno spunto di riflessione per noi occidentali. Confusione e rivoluzioni possono aver favorito un certo numero di imprenditori ma, come detto, la maggior parte di loro nasce dal basso. È per questo che spesso ci meravigliamo leggendo sui giornali le storie delle enormi ricchezze di cinesi dal nome sconosciuto. A queste persone, però, è stata data una possibilità.

 

Cos'hanno da insegnare la tecnocrazia pubblica di Pechino e il capitalismo semi-privato di Shanghai a un Occidente meno sicuro di se stesso dopo la grande crisi finanziaria in America e la lunga recessione in Europa?

La storia moderna della Cina nasce da un uomo che si chiamava Deng Xiaoping, che ha avuto una vita bella e difficile in una Cina ancora oppressa e angariata. Ma era un poeta, pensava all’avvenire. Come ha fatto un Paese di tradizione comunista, dove le libertà obiettivamente non ci sono anche se tendono ad aumentare, ad ottenere questi progressi, mentre il resto del mondo era in crisi? Nei nostri Paesi occidentali leggiamo i giornali e sembra che un obiettivo dello 0,2% di Pil sia un grande successo ma la Cina negli ultimi venti anni è andata avanti con un incremento del prodotto interno lordo del 20%, ora stabilizzato – come detto - al 7,5%. Sono numeri previsti dai loro piani quinquennali, i cui risultati finali sono sempre quelli che avevano annunciato. Non voglio fare paragoni ma noi non siamo abituati a questo tipo di gestione.

 

Il padre della Cina post-maoista è stato Deng Xiao Ping.


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