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SPY FINANZA/ Portogallo, la prossima crisi è già sui "radar"

Ora che la Grecia ha ottenuto il terzo salvataggio, è il caso di prepararsi alla prossima crisi. MAURO BOTTARELLI ci spiega che una vittima pronta ci sarebbe già

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Ora che la Grecia ha ottenuto il terzo salvataggio e, si spera, per qualche mese non dovrebbe essere protagonista incontrastata di giornali e tg, forse è il caso di prepararsi alla prossima crisi. Sui monitor delle sale trading, infatti, c'è già pronta la prossima vittima: il Portogallo. Paese che ha ubbidito da bravo bambino a tutti i desiderata della troika, con costi sociali non indifferenti ma il cui debito, nonostante tutto, è ancora insostenibile. 

Pessimista? No, sono i numeri a parlare dopo cinque anni di austerity. E sono cifre ufficiali, poiché comunicate dalla Bank of Portugal, la Banca centrale. A marzo di quest'anno, il debito del settore pubblico non finanziario era di 288 miliardi, il 166% del Pil, mentre la vulgata generale vuole la ratio debito/Pil al 130%. Dipende dal criterio di calcolo, perché una cosa è usare la metrica di Maastricht, un'altra è calcolare l'ammontare totale del debito governativo (che include, ad esempio, le aziende a controllo statale): la differenza sta in quel 36% in più. Dividiamo i 288 miliardi per il 166% e troviamo il Pil nominale che la Banca centrale usa nei suoi calcoli, circa 174 miliardi. Poi assumiamo che il costo di servizio di quel debito sia solo dell'1%, quindi avremo un costo annuale per il governo di 2,88 miliardi, questo nonostante il costo reale sia più alto, visto che nel 2014 è stato di quasi 7 miliardi. Prendiamo poi il Pil e fissiamo il tasso di crescita annuale a un ottimistico 1%, visto che tra il dicembre 2011 e il dicembre 2016 la crescita nominale media è stata del -0,6%: otteniamo 1,74 miliardi di euro. 

Fine del calcolo, compariamo il costo del debito con la crescita nominale del Pil e otteniamo uno sconfortante 2,88 miliardi contro 1,74 miliardi, questo usando proiezioni più che favorevoli - e non troppo realistiche - rispetto a tassi di interesse e dato di crescita. Già così vediamo che l'economia portoghese non è in grado ci crescere abbastanza da coprire gli interessi sul suo debito governativo. Il primo grafico a fondo pagina ci offre la conferma di questo squilibrio a livello di storia recente. Che fare, quindi? Più austerity per generare un surplus di budget maggiore? Difficile con un trend demografico che parla di sempre maggiore invecchiamento della popolazione, una domanda interna che a dir poco langue e l'impatto recessivo che eventuali ulteriori riduzioni della spesa pubblica avrebbero in un contesto simile: se per caso, poi, dalla Fed o dalla Cina partisse una nuova recessione globale, la ratio di debito di Lisbona esploderebbe letteralmente. 

E il Portogallo non è la Grecia, per due motivi. Primo, se entrasse in traiettoria di default lancerebbe un segnale chiaro ai mercati, ovvero nonostante Draghi il sud Europa è tutto tranne che immunizzato. Secondo, Lisbona vanta tra i suoi creditori anche molti privati, tra cui le banche e i fondi di Spagna, Francia e Germania. La possibile escalation, quindi, sarebbe molto più rapida. Anche perché se la fase recessiva fosse stata ciclica, dopo cinque anni dalla crisi l'economia lusitana avrebbe dovuto recuperare più velocemente, mentre le dinamiche dal 1988 a oggi - come ci mostra il secondo grafico - parlano chiaro. È una componente del debito a cui si guarda poco, purtroppo: la produttività.