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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Dalla Francia all'Australia, le nuove "mine" sui mercati

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Ma non pensiate che la Francia sia l'unica grande nazione con dei seri guai potenziali che ne minano la stabilità, perché qualcuno già parla riferendosi all'Australia come "la Grecia dell'Asia". Lo scorso mese, per fare un esempio, Gina Renehart, la donna più ricca del Paese e matriarca della dinastia mineraria Hancock di Perth, ha stupito i suoi dipendenti, chiedendo loro un taglio salariale del 10% per evitare tagli occupazionali in futuro. La Renehart, divenuta miliardaria grazie alle miniere di ferro, ha infatti visto le sue fortune vacillare e non poco dopo il collasso del prezzo delle materie prime cominciato lo scorso anno, si parla di perdite pari a 11 miliardi di dollari su un patrimonio stimato solo tre anni fa in circa 30 miliardi. E lo stato di salute economica della Rinehart rispecchia fedelmente quello del Paese, per anni un Eldorado grazie alla sua ricchezza di commodities come oro, ferro e carbone. 

Durante gli anni del boom del cosiddetto "super-ciclo" delle materie prime, quando la Cina comprava qualsiasi cosa si estraesse in Australia senza essere sazia, l'economia del Paese superò quella della potenza petrolifera saudita, tanto che mentre il mondo pativa gli effetti a cascata della crisi finanziaria globale, l'Australia grazie al suo legame con la Cina, apparve immune da ogni contagio, con piena occupazione e un netto surplus commerciale. Ora però il collasso del prezzi di ferro e carbone, unito al netta ridimensionamento degli investimenti da parte delle grandi compagnie minerarie internazionali, hanno mostrato al mondo la vera vulnerabilità del Paese: come l'Arabia Saudita che sta bruciando le sue riserve estere per far fronte al calo del prezzo del petrolio, così l'Australia sta affrontando un collasso degli introiti da export. 

Dati recentemente rivisti rispetto al mese di aprile mostrano che il deficit commerciale australiano verso il resto del mondo è schizzato al record di circa 2,5 miliardi di dollari e il gap tra il valore di import ed export è destinato ad aumentare visto che il valore delle più importanti risorse australiane ha raggiunto i minimi da anni. Il ferro sta tradando a circa 50 dollari a tonnellata, contro il picco dei 180 dollari per tonnellata del 2011, mentre il carbone per uso termico viaggia a circa 60 dollari a tonnellata contro i 150 dollari di quattro anni fa. Per un'economia che nel 2013 dipendeva da queste risorse per il 65% del suo commercio totale in beni e servizi, questo crollo drammatico dei prezzi è impossibile da assorbire senza che crei seri danni, tanto che il governo per mantenere il livello di spesa pubblica sta aumentando il proprio livello di indebitamento. 

Per il famoso economista australiano Stephen Koukoulas, il recente aumento del debito estero porta con sé un'escalation di rischi per le future generazioni, tanto da evocare la metafora della "Grecia d'Asia", con la Cina come banchiere di ultima istanza invece dell'Ue. Alla fine del primo trimestre di quest'anno, il debito estero netto australiano era salito al record di 995 miliardi di dollari, il 60% del Pil: certo, non è il 175% della Grecia, ma resta un livello insostenibile, soprattutto se gli si consentirà di crescere ancora per far fronte al calo del prezzo delle commodities e quindi delle entrate.