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SPY FINANZA/ Dalla Francia all'Australia, le nuove "mine" sui mercati

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Il governo di Canberra e la Reserve Bank of Australia hanno scommesso che la svalutazione del dollaro avrebbe garantito un effetto offset rispetto al calo dell'attività del comparto minerario, ma finora questa dinamica non si è sostanziata in modo rilevante o, almeno, pari alle attese. Insomma, l'Australia appare come una di quelle economie da petrodollari del Medio Oriente, peccato che non possa contare su ampie riserve valutarie estere per tamponare l'effetto del crollo dei prezzi delle materie prime e debba continuare a indebitarsi per mantenere gli standard cui si era abituata durante il super-ciclo. 

E che dire del Canada, altro Paese che nell'immaginario collettivo viene descritto come un avamposto di benessere? Beh, c'è da dire che quando a fine dello scorso anno il governatore della Bank of Canada, Stephen Poloz, avvertì del fatto che il primo trimestre del 2015 sarebbe stato "atroce" non stava scherzando, visto che il 15 luglio scorso l'istituto che presiede ha tagliato le stime di crescita per l'anno in corso dall'1,9% all'1,1% e quelle del secondo trimestre addirittura dall'1,8% a -0,5%. Insomma, la soglia della recessione. Di più, sottolineando «rischi al ribasso per l'inflazione», la Bank of Canada ha tagliato il tasso di riferimento all'0,5%, dopo un primo ribasso operato a gennaio dall'1% allo 0,75%: insomma, anche Ottawa si sta uniformando alla moda mondiale dei tassi a zero. E ancora, gli investimenti legati a gas e petrolio caleranno del 40% quest'anno e le proiezioni vedono il dollaro canadese a 80 centesimi su quello statunitense: detto fatto, dopo la comunicazione di queste decisioni, il cross tra la valuta Usa e quella canadese (che ha perso il 20% rispetto al biglietto verde da inizio anno) esplose al massimo da sei anni. Il volume di export di metalli e prodotti di loro derivazione è sceso del 7%, quello dei minerali del 9% e i volumi di consumo energetico del 6,5%: infine, il deficit commerciale si è espanso a 3,3 miliardi di dollari e per la prima volta dal 1990, in maggio il Canada aveva un deficit commerciale con gli Usa. 

Come vedete, nel silenzio dei media troppo impegnati a fare campagna elettorale e demagogia sul caso greco, nel mondo sono molti e di ben altre dimensioni i Paesi che stanno affrontando o stanno per affrontare situazioni di sostenibilità molto complesse e delicate, legate sì a dinamiche di ciclo come quelle delle commodities, ma tutte riconducibili a un unico peccato originale. Quello del mal-investment frutto del denaro a pioggia delle Banche centrali attraverso i loro infiniti cicli di Qe e programmi di stimolo monetario: ora cominciamo a vedere il prodotto, tra non molto ci toccherà pagarne il conto. Salatissimo. E sarà di nuovo recessione globale, ma in contesto molto più debole a livello macro di quello del 2008, con un carico di debito privato e pubblico globale enormemente più grande e, soprattutto, con le Banche centrali ormai senza munizioni, se non i tassi in negativo del 3-5%. Keynes sarebbe deliziato. 

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