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SPY FINANZA/ Il “terremoto” che può partire dalla Fed

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Janet Yellen (Infophoto)  Janet Yellen (Infophoto)

Quelli asiatici e dei mercati emergenti sono i più grandi accumulatori di riserve estere e hanno poco oro, ma adesso stanno cominciando a puntare verso ratio minime del 10% in metallo prezioso per limitare la dipendenza dal dollaro e dalle altre valute fiat. E ora quale dinamica è in atto? Nel picco del boom delle commodities, le Banche centrali compravano 300-400 tonnellate all’anno, fino a scendere al livello attuale di circa 100 tonnellate all’anno e alcune sono state costrette a vendite forzate delle riserve per difendere le loro valute. Pensiamo alla Russia, la quale per difendere il rublo da un attacco speculativo a inizio anno ha visto le sue riserve calare a 361 miliardi di dollari dai 524 miliardi di un anno e mezzo prima, grazie al combinato di crisi ucraina e crollo del prezzo del petrolio. La Cina, dopo sei anni di silenzio, venerdì scorso ha pubblicato l’aggiornamento del dato delle sue riserve auree, circa 1600 tonnellate con un aumento del 57% dal 2009: dato non credibile, visti i continui acquisti di questi anni che portano alcuni analisti a parlare di riserve per almeno 3000-3500 tonnellate.

Il rischio per il mercato dell’oro è che gli Stati più vulnerabili potrebbero dover vendere le riserve a un ritmo sempre più rapido in caso la Fed alzi davvero i tassi, con i soli mercati emergenti che hanno preso in prestito qualcosa come 4,5 trilioni di dollari: lo shock sarebbe doppio, tassi più alti e dollaro in rafforzamento. Si rischia, insomma, una margin call per i debitori in dollari e questa dinamica potrebbe andare a impattare attraverso il mercato dell’oro come effetto secondario. E qui entra in gioco un’altra dinamica, ovvero quella che vede il rialzo dei tassi Usa legato a doppio filo al rischio di innescare una nuova crisi, questa volta in America Latina.

Siamo alla vigilia di un secondo "taper-tantrum", dopo quello dell’estate del 2013 che prezzava la fine del Qe3 lanciato da Ben Bernanke e che scosse molti Paesi asiatici? All’epoca i titoli azionari latino-americani si schiantarono, visto che il flusso di denaro che cercava rendimenti migliori di quelli offerti dai Treasuries cambiò direzione. Per Eugenio Aleman, senior economist alla Wells Fargo Securities, «ci sarà un "taper tantrum" in America Latina, è inevitabile». E sarebbe un bel guaio, visto che la Banca Mondiale prevede che questo sarà l’anno peggiore in fatto di crescita per l’America Latina dalla crisi finanziaria, con i due mercati azionari peggiori al mondo che sono proprio in quest’area.



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