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RIPRESA?/ I "dilemmi" Usa e Ue con effetti sull'Italia

Pubblicazione:venerdì 24 luglio 2015

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Intanto, soffrono anche i primi della classe, ovvero gli Stati Uniti, sotto shock per lo scivolone dall'ammiraglia Apple. La Mela ha annunciato utili in crescita del 33% rispetto a un anno fa, ma è stata bocciata lo stesso in maniera clamorosa: un ribasso tra il 6% e il 7% per tutta la giornata con una perdita della quotazione superiore ai 50 miliardi di dollari, più o meno il valore dell'Eni. A scatenare la pioggia di vendite la notizia che sono stati venduti in un trimestre "solo" 47,6 milioni di iPhone, mentre l'iWatch (2,6 milioni di pezzi nei primi tre mesi) è stato sotto le previsioni. Di fronte a questi numeri gli analisti temono che si inneschi un pericoloso effetto domino: Apple, infatti, ha annunciato un taglio delle spese per investimenti nell'ordine di un miliardo di dollari. A cascata rallentano le attività del mondo tech, a partire dai semiconduttori, come dimostra lo scivolone di Stm. 

La conferma arriva da un altro Big della new economy: Microsoft. La ditta di Bill Gates accusa una perdita storica (3,2 miliardi in un trimestre) a causa del buco sciagurato di Nokia. Ma a spaventare Wall Street è forse più il calo dei diritti del software, a causa della discesa delle vendite dei pc un po' ovunque, Asia compresa. E la minor domanda degli Emergenti, combinata con il dollaro forte, è anche la ragione delle delusioni di Ibm, che in questi anni ha compensato nelle terre più lontane il declino in patria. Spaventa di più, in questa chiave, il brusco taglio dell'occupazione e degli obiettivi di Qualcomm imposto, ancor prima che dal mercato, dalle richieste dei private equity azionisti che hanno preteso interventi a protezione della cassa più che del futuro. 

È la punta dell'iceberg del trend che sta distinguendo l'attuale fase della finanza Usa, per certi versi antitetico al momento vissuto dall'Europa. Il Vecchio Continente, abbiamo visto, comincia a godere per davvero dei vantaggi del Quantitative easing: i capitali si stanno spostando, a fatica, dai titoli di Stato e dai forzieri delle banche verso i corporate bond e l'economia reale. Per ora non si vedono segnali di bolla. I problemi arriveranno, ma non a breve. 

In Usa, invece, i capitali sono sempre più concentrati verso la speculazione finanziaria: nel corso dell'ultimo anno, su richiesta dei soci activist, si sono moltiplicati i buyback e i dividendi straordinari oltre agli M&A con un'ottica più finanziaria che industriale. La battuta d'arresto del tech è in questo senso un segnale d'allarme per un'economia che campa di credito: il rally Usa, oltre che dal petrolio a basso prezzo, è stato reso possibile dagli acquisti di auto, al 90% finanziati da prestiti. 

È in questa cornice che prende corpo il dilemma della Fed: un aumento del costo del denaro potrebbe avere effetti preoccupanti per il dollaro, giudicato troppo forte, così come sulle economie emergenti. Ma, dopo sette anni di tassi bassi e un formidabile Qe alle spalle, l'America ha bisogno di trovare una via di rientro dalla stagione del costo del denaro quasi gratis. Non è una scelta facile, anche perché mancano esperienze di successo nel passato.



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