BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL CASO/ Nord Est, da locomotiva a laboratorio d’Italia

Pubblicazione:sabato 25 luglio 2015

Infophoto Infophoto

Tutta colpa degli altri, allora? Niente affatto, se è vero che “i veneti e le loro classi dirigenti dovrebbero interrogarsi su qual è l’immagine che loro offrono di questo territorio. E quanto hanno fatto concretamente perché simili raffigurazioni potessero essere modificate”. Senza dubbio, tra i “nuovi veneti” le persone di origine straniera sono la componente che più ha mutato il volto della popolazione nordestina degli ultimi anni. Una popolazione nordestina che, in linea con quelle sfrangiature di cui si diceva, presenta orientamenti diversificati nei confronti della pluralità rappresentata dagli immigrati, atteggiamenti che però segnalano come “non possiamo continuare a ignorare il tema della cittadinanza e della partecipazione alla comunità nazionale di una parte consistente della popolazione. Anche perché, prima o poi, tali domande prenderanno forma”. 

Nel testo, il tema delle persone di origine straniera è anticipato non a caso da quello della coesione sociale: proprio il “capitale sociale diffuso” ha consentito molta parte dei loro processi d’inserimento. Ma la spia che ci siano fenomeni di erosione di queste risorse è chiara: soprattutto nel Nord Est si partecipa ancora, non poco; alle associazioni e, in quota più ampia, a iniziative culturali, del loisir e sportive; la famiglia resta il riferimento più importante. Il problema, nondimeno, è che queste risorse “dal basso” non potranno surrogare per sempre i deficit istituzionali: “Famiglia, amici e volontariato. Questi sono i tre fili dell’ordito che costituisce quella rete cui la popolazione ritiene di contare in caso di difficoltà, cui si rivolgerebbe per chiedere un aiuto. I servizi pubblici del Comune e dello Stato, assieme ai concittadini, si collocano al fondo di questa classifica virtuale delle reti di sostegno”. 

Di queste reti, nel Nord Est faceva parte anche la parrocchia, così come la chiesa costituiva un riferimento valoriale importante. Oggi è un “Nord Est secolarizzato dove comunque la domanda di religiosità occupa un posto significativo”. Insomma, i riferimenti tradizionali s’innervano di nuovi percorsi e nuove possibilità, ben diverse da un Nord Est monolitico, in cui - rileva Marini sulla base di alcune indagini appositamente condotte - convivono riferimenti territoriali locali, regionali e nazionali. Un Nord Est, però, in cui difettano tuttora forme di rappresentanza consce di questa crescente complessità. 

Il tema è quello, critico, della classe dirigente: confrontandosi con altre ricerche rivolte a quest’ultima, infatti, l’autore marca la necessità di “costruire un maggiore senso di responsabilità sociale presso tutte le componenti, pubbliche e private. Perché le sfide che la competizione internazionale comporta richiedono un ceto dirigente dotato di dimensioni valoriali, culturali e professionali nuove, la cui formazione non può essere lasciata alla spontaneità, ma va programmata accuratamente e resa permanente”.

Che cosa resta allora, sulla scorta di queste considerazioni, di quella “etichetta Nord Est” che negli anni era divenuta tanto familiare? Poco, si potrebbe affermare sulla base delle analisi svolte da Marini. Un “poco” - sembra tuttavia dirci l’autore - che è misura dei limiti di quell’etichetta, non dei processi che stanno investendo l’area, ancora degni di essere studiati. Dopotutto, il laboratorio è il luogo per eccellenza della sperimentazione e, in laboratorio, non si entra con coordinate note. Che senso avrebbe, diversamente, l’esperimento?



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.