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IL CASO/ Nord Est, da locomotiva a laboratorio d’Italia

Pubblicazione:sabato 25 luglio 2015

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Le etichette che utilizziamo per definire i fenomeni sociali hanno molti vantaggi: risultano immediate, perciò facilmente memorizzabili, e tendono a durare a lungo proprio per queste loro capacità; per altro verso, possono diventare una prigione; cognitiva, certo, ma pur sempre una prigione. Il destino dell’etichetta “Nord Est”, ad esempio, ha osservato quest’esito, come appare riconoscere Daniele Marini, docente presso l’Università degli Studi di Padova e direttore scientifico di Community Media Research, autore de “Le Metamorfosi. Nord Est: un territorio come laboratorio” (Marsilio, 2015); con le sue parole: “Il Nord Est (del passato) non c’è più. E, forse, non dobbiamo neppure attaccarci più di tanto a un’etichetta, il Nord Est appunto. Perché quella categoria - promossa da Giorgio Lago - rappresentava fenomeni diversi da oggi”.

Rebus sic stantibus, due sono le possibilità: assieme all’etichetta, cestinare l’analisi di fenomeni che si ritengono esauriti, come il “vecchio” Nord Est; oppure allontanarsi da uno sguardo semplificato su quei fenomeni, cercando di coglierne attentamente i nuovi tratti: non per etichettarli nuovamente, ma per comprenderli, nella consapevolezza che abbiano ancora qualcosa da dire. 

Che cosa ha da dire, ancora, l’ex “locomotiva d’Italia”, la patria delle piccole aziende che negli anni ‘90 divenne quasi il paradigma di una crescita economica che, oggi, appare “storia”? Marini non assume una sola prospettiva, ma allarga lo sguardo a una molteplicità di dimensioni: le imprese, certo, ma anche i valori, il tema della coesione sociale e quello, a esso legato, della partecipazione degli immigrati, fino al tema della fiducia nelle istituzioni. A proposito di cose da dire, quindi, queste paiono non mancare, ed è forse opportuno soffermarsi un po’ su di esse. 

Innanzitutto, nella “crisi come nuova normalità” - che anche l’area nordestina ha conosciuto dal 2012, come ricorda l’autore - c’è ancora spazio per imprese efficaci ed efficienti, purché le parole chiave che ne ispirano la vision siano: “innovazione”, “attenzione al capitale umano”, “propensione alla ricerca di nuovi prodotti” e, infine, un preferenziale rapporto “cliente-prodotto-servizio”. Centrare l’attenzione solo sulle imprese, però, rischierebbe di proporre un canovaccio già visto: la dimensione della crescita economica come indicatore univoco - “etichetta” - di un territorio. Per questo lo sguardo si estende, in coerenza con i sempre più frequenti tentativi di trovare indicatori ultra-economici - o dovremmo forse dire “ultra-produttivi” - per rappresentare qualcosa in più di quello stesso territorio. Sul tema dei valori, ad esempio. 

A partire da alcune rilevazioni svolte in Veneto, il “lavoro”, “l’autonomia”, “l’intraprendenza” e la “coesione” si stagliano come i perni fondanti l’immagine che i veneti hanno oggi di loro stessi. Un’immagine che, tuttavia, è tutt’altro che univoca, restituendo quelle sfrangiature che sono cifra delle società complesse: “Dunque, non esiste «un veneto», bensì i veneti sono attraversati da una pluralità di vision sul loro futuro. Al punto che si potrebbe sostenere l’esistenza di più veneti (al plurale) del domani”. D’altra parte, le “etichette” affibbiate continuano a pesare nelle percezioni che le persone hanno di loro stesse, come quelle della popolazione nordestina “ricca, ma ignorante”, spesso “lamentosa e mai contenta”. 


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