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SPY FINANZA/ La "scommessa" dietro al ping-pong tra Grecia e Ue

Pubblicazione:sabato 4 luglio 2015

Yanis Varoufakis (Infophoto) Yanis Varoufakis (Infophoto)

L'articolo di oggi è un po' diverso dal solito, quindi se non vi piacerà o vi annoierà vi chiedo scusa fin da principio, ma lo ritengo comunque un esercizio di riflessione interessante. Soprattutto, partendo da un presupposto: il referendum di domani ad Atene potrebbe non essere la pantomima che qualcuno dipinge. Anzi. Ma veniamo al contenuto. A Wall Street, ma anche nella finanza in generale, una dote vitale è la capacità di vendere qualcosa che è senza valore o, quantomeno, vendere a 80 ciò che vale 20 o 30. Lo fece Goldman Sachs quando vendette agli investitori Abacus 2007, mentre il fund manager John Paulson stava scommettendoci contro. Quest'ultimo pagò Goldman 15 milioni di dollari per spargere in giro quell'immondizia, che era nulla più che un cdo che avrebbe generato soldi quando milioni di persone avrebbero perso la loro casa. La Sec, sempre arzilla quanto un ghiro cui è stato somministrato Valium, condannò Goldman per frode e la costrinse a pagare una multa transata di 550 milioni di dollari: diciamo che era una frazione di quanto guadagnato imbrogliando.

C'è poi un altro modo di raggiungere lo scopo, questa volta legale e a cui gli investitori non sanno resistere. Si chiama la "Shubik's Dollar Auction". Di cosa si tratta? È uno schema creato nel 1971 da Martin Shubik, un professore di Yale e amico di John Nash, il guru della teoria dei giochi, due che nel tempo libero si divertivano a creare giochi che spesso e volentieri si rivelavano diabolici. Certo, i traders sono gente abituata al rischio, anche portato all'estremo e infatti molti sono ottimi giocatori di poker (meno di scacchi), ma la "Dollar Auction" porta l'avversione alla perdita al livello estremo. Il criterio è semplice e si basa su una sola regola: il secondo offerente all'asta da un dollaro deve pagare la sua scommessa per l'intero ammontare e non avrà alcun ritorno. 

Prendete un gruppo numeroso di persone in una stanza e cominciate a scommettere. Inizialmente, eccitati dalla prospettiva di ottenere un dollaro con pochi penny, si scommette sempre di più. Nessuno si preoccupa di poter finire secondo scommettitore al termine, per il semplice motivo che ci sono così tante persone nella stanza. Ma quando le scommesse si avvicinano alla quota di 1 dollaro, cominciano a limitarsi e prosciugarsi. Si ha timore, qualcuno al massimo potrebbe arrivare a 1 dollaro di scommessa. A quel punto, non ci saranno nuovi scommettitori, ma qualcuno è sicuramente bloccato a quota scommessa di 99 centesimi, quindi potenzialmente a rischio di una perdita garantita di quel valore. Ma se scommette 1,01 dollari e vince, incorrerà solo in una perdita da 1 centesimo e guadagnerà un dollaro. Potenzialmente, il business migliore. Il problema è che questo ragionamento lo fa anche l'altro scommettitore rimasto e quindi faranno salire il prezzo continuamente in una gara di rilancio a due fino a che uno dirà stop e incorrerà nella perdita prima che questa diventi del tutto insostenibile per lui. 

Statisticamente, non c'è limite su quanto possa salire la scommessa, quasi qualcosa di insano. Nel frattempo, il banditore dell'asta prende entrambe le scommesse e paga solo un dollaro. La metafora perfetta di Wall Street o qualsiasi altra piazza o logica finanziaria: mettere i clienti uno contro l'altro e incassare la commissione. Ma la mentalità che sottende la "Dollar Auction" non va rinchiusa soltanto nei recinti delle pratiche teoriche, perché pensandoci bene è la stessa che ha sotteso per un po' il mercato obbligazionario post-crash e figlio dei vari cicli di Qe, soprattutto del terzo. 


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