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REFERENDUM GRECIA/ 1. Euro e Ue, la "ferita" impossibile da sanare

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Non sono mancati errori anche dall’altra parte del tavolo. La Bce, costretta dai propri statuti e organi collegiali, è stata tardiva nel mettere in atto il Quantitative easing (e non è chiaro che fine abbiano fatto le Outright monetary transactions e un po’ precipitosa nel limitare gli aiuti eccezionali alle banche greche. Il Fondo monetario è parso ondivago. Il Presidente della Commissione europea ha fatto dichiarazioni pubbliche che entravano a gamba tesa in questioni interne della Grecia, rivolgendosi direttamente all’elettorato dell’Ellade.

Occorre, però, ricordare che mentre i leader di Francia e Italia, unitamente ad Austria e Benelux, sono parsi i più propensi a cercare un accordo con la Grecia, sono circondati, nell’Eurogruppo e nella più vasta Ue, da un coro a cappella di “bassi profondi”, il registro dei veri “duri e puri” che da tempo avrebbero chiesto al governo di Atene di lasciare tanto l’euro quanto l’Ue. Sono paesi che si considerano molto più poveri della Grecia e non capiscono perché si debba per la terza volta correre in aiuto di Atene affinché faccia le riforme che loro hanno attuato da tempo, facendo fronte a sofferenze e difficoltà sociali.

Più agguerrite sono le Repubbliche Baltiche: il primo ministro lituano ripete che i suoi concittadini hanno un’età pensionistica molto più alta (67 anni) e trattamenti molto più bassi dei greci: non comprende perché i pensionati lituani debbano sovvenzionare i greci. Sulla stessa linea, la Slovacchia e la Slovenia, mentre Malta, Cipro e Irlanda si vantano di aver rimesso in sesto i propri sistemi bancari con un’unica tornata di aiuti europei per ciascun Paese. Lo sottolinea anche la Spagna, mentre il Portogallo fa notare di essere povero tanto quanto la Grecia, ma di non avere avuto che un breve programma di supporto europeo e di essersela cavata con l’accurata gestione dei fondi strutturali. Le insidie maggiori (per Atene) vengono poi dal resto dell’Ue. Il primo ministro bulgaro Rosen Plevneliev è scatenato in discorsi pubblici. Soprattutto sta organizzando altri Stati neo-comunitari (Romania, Polonia, Ungheria) perché alla Grecia vengano dati non aiuti, ma un benservito per avere taroccato i conti.

In un’opera giovanile di Handel (Il trionfo del tempo del disinganno) un protagonista dice che un secondo matrimonio è la vittoria della speranza sull’esperienza. A leggere le cronache degli ultimi mesi, la speranza dovrebbe essere immensa. E l’esperienza dovrebbe essere dimenticata e dare luogo a una nuova ventata di fiducia. È possibile? L’Europa ha subito una profonda ferita. Per rimarginarla è necessaria un’eurozona più coesa, anche facendo qualche amputazione prima che l’infezione si diffonda sul resto del corpo.

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