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REFERENDUM GRECIA/ 1. Euro e Ue, la "ferita" impossibile da sanare

Pubblicazione:domenica 5 luglio 2015

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REFERENDUM GRECIA. Quali che saranno i risultati definitivi del referendum in Grecia, l’Europa in generale, e l’Unione europea in particolare, escono profondamente ferite dai tentativi di terzo “salvataggio” di Atene nel giro di pochi anni. Ci vorrà tempo per rimarginarla e per avere un quadro del futuro perché nella Repubblica Ellenica, dal 1830, vige non solo la tradizione di ripudiare periodicamente il debito pubblico, ma anche quella di accuse di brogli elettorali tra le forze politiche e i candidati in lizza.

Non sappiamo se, in seguito, alle elezioni si riaprirà il tavolo negoziale e Atene otterrà, a spese dei contribuenti europei, i 50 miliardi di dollari che, secondo il Fondo monetario, sono necessari nei prossimi tre anni per rimettere in moto l’economia del Paese. Non sappiamo neanche se la Grecia otterrà il tanto ambito “taglio” del debito contratto con gli altri Stati dell’eurozona. Sappiamo ancora meno se il ceto politico e amministrativo greco vorrà, e potrà, effettuare le riforme essenziali a consolidare la finanza pubblica e, quel che più conta, ad aumentare la produttività.

Sappiamo, però, che solo raramente dopo liti simili a quella de La Guerra dei Roses è possibile progettare un luna di miele. Ci sono rare eccezioni: i due matrimoni di Elisabeth Taylor e Richard Burton e i due matrimoni tra Sally A. Shelton e Eduardo Jimenez. Si tratta, però, di eccezioni che confermano quanto sia arduo un secondo o terzo inizio.

Ciò nonostante, i leader di numerosi Stati europei sembrano implorare la Grecia di restare nell’eurozona e nell’Ue. Esiste ancora quel minimo di fiducia reciproca - come ha ricordato di recente Alberto Alesina - per tentare un nuovo fidanzamento (non credo che sia il caso di preparare i confetti per nuove nozze)? A mio avviso, non solo la Grecia è entrata nell’Ue e nell’eurozona per pura scelta politica, nonostante lo stesso Eurostat avesse consigliato di tenerla fuori dalla porta, ma non ha saputo trarre vantaggio dalla stabilità monetaria e dal ribasso dei tassi d’interesse ottenuto grazie alla partecipazione all’eurozona. Ciò rappresentava un’occasione unica per il Paese il cui tasso di cambio era passato da 37 dracme per dollaro nel 1980 a 329 nel 1999.

Non solo, ma dopo la seconda crisi finanziaria e la sostituzione di debiti con gli Stati dell’eurozona rispetto ai debiti con intermediari finanziari, gli stessi governanti greci hanno ammesso di aver taroccato pur di dare l’impressione di viaggiare verso i parametri stipulati in trattati e accordi intergovernativi da loro stessi firmati.

Dopo le elezioni dello scorso gennaio, il nuovo Governo ha tenuto un comportamento quanto meno sconcertante al tavolo delle trattative, alternando rivendicazioni del passato remoto a minacce senza presentare proposte concrete, né di consolidamento della finanza pubblica, né di misure per aumentare la produttività e diversificare la base della propria economia.


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