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FINANZA E POLITICA/ Il "piano B" che serve all'Italia

La crisi greca ha lasciato il segno in Europa. I piani tedeschi sono chiari, ma non possono andare bene all'Italia, che deve prendere posizione, come spiega STEFANO CINGOLANI

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Il prossimo Paese a lasciare l'euro sarà l'Italia. Lo scrive il Washington Post, ragionando come se la Grecia fosse già fuori. Forse getta il cuore oltre l'ostacolo. Forse anticipa un processo irreversibile, visto che le trattative per il secondo salvataggio sono cominciate con il piede sbagliato e con il Fondo monetario internazionale che si ritira sull'Aventino, almeno finché non ci sarà un intervento netto per rinegoziare il debito. La mossa mette nei guai la Germania che non solo non vuole toccare il debito, ma richiede come condizione necessaria il coinvolgimento del Fmi. 

Il secondo motivo che rende il giornalista del Washington Post tanto sicuro è che il governo tedesco e ancor più l'opinione pubblica spingono ormai per cacciare i greci, pensando che questo è l'unico modo di salvare la moneta unica. O Atene o Berlino, il mood, frutto di esasperazione ancor più che di pregiudizio, è ormai questo. 

Il terzo motivo è che l'Italia da quando ha adottato l'euro è cresciuta del 4,6%. E continua a essere il vagone di coda dell'Europa, come sottolinea l'ultimo bollettino della Banca centrale europea. La crisi ovviamente ha inferto un colpo micidiale. Ci vorranno vent'anni per riprendere il terreno perduto, sostiene il Fondo monetario internazionale. Un'affermazione che ha mandato fuori dai gangheri il governo, forse perché dice quel che tutti gli italiani pensano. 

La Bce mette l'accento sulla perdita di reddito pro capite, cioè il vero indice della prosperità di un Paese. E il reddito pro capite aumenta solo se cresce la produttività. Dunque, dietro l'arretramento dell'Italia ci sono i limiti strutturali che hanno reso il Paese poco produttivo (con l'eccezione delle aziende esportatrici, un'avanguardia industriale che non riesce, però, a trascinare l'intera economia). Come a dire riforme, riforme e ancora riforme. Se è vero che la terza economia dell'Eurozona deve diventare più moderna ed efficiente, scrive il Washington Post, è anche vero che non può farlo dentro una gabbia monetaria che le sta troppo stretta. È un'osservazione corretta, sensata, non ci vuole un premio Nobel per capirlo.

Se ha ragione il quotidiano americano, bisogna studiare un piano B, possibilmente meno sconclusionato di quello greco, senza hackeraggio nel sistema fiscale, senza intrusioni di improbabili economisti del Texas, senza consulenti di McKinsey, né amici degli amici ai quali affidare dati sensibili. Semmai meglio affidare tutto alle mani sapienti e leali della Banca d'Italia. In realtà le cose non sono arrivate a questo punto, anche se sarebbe bene prepararsi costruendo una vera politica europea e, possibilmente, una proposta per uscire dall'impasse.

Il ministro delle Finanze tedesco sta lavorando a una serie di ipotesi, a parte la Grexit che per lui resta pur sempre un passaggio non solo inevitabile, ma salutare. In sostanza, Schäuble vorrebbe ridurre il ruolo della Commissione (la concepisce come arbitro più che soggetto politico) attribuendo maggior potere all'Eurogruppo (i ministri finanziari), un organo intergovernativo nel quale la posizione tedesca è preminente. Ma, al di là delle questioni istituzionali, ciò rivela l'abbandono della vecchia posizione federalista, a favore di passi avanti verso la creazione di un'Europa del nocciolo duro, la Kerneuropa che egli stesso aveva proposto nei primi anni '90.