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SPY FINANZA/ La "guerra" all'oro che fa comodo agli Usa

Per MAURO BOTTARELLI sui mercati e sulla grande stampa è in atto una campagna contro l'oro. Questo perché sono sempre più forti gli appetiti cinesi per il metallo giallo

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Questo Paese e la sua "grande" stampa non cambieranno mai. Basta guardare un po' più in là del proprio naso, mettere insieme due fatti ed ecco che si scopre come nulla succeda a caso ma abbia una sua trama precisa e, soprattutto, un suo scopo che quasi sempre non è mai quello dichiarato o ce si vuole far credere. Ma partiamo da una dinamica in atto: ovvero, la compressione del prezzo dell'oro da parte delle banche d'affari per due motivi. Il primo ce lo dimostra il primo grafico a fondo pagina, cioè la necessità di non far andare a zampe all'aria qualche decina di miliardo di dollari di scommesse sui derivati legati ai metalli preziosi. Secondo, screditare il valore dell'oro come bene rifugio per evitare il suo apprezzamento e il suo ruolo intrinseco di moneta non fiat, in un mondo dove ormai dollari, euro e yen sono solo pezzi di carta senza valore e basati unicamente su debiti insostenibili. 

Partiamo dal secondo e terzo grafico, il primo dei quali ci mostra come per la prima volta nella storia da quando il dato viene tracciato, i fondi speculativi siano in posizione net short sul futures aurei, stando a dati della Cftc. Il secondo, invece, ci mostra cosa sia accaduto ai corsi aurei l'ultimo volta che l'oro vide una bassa posizione net long da parte degli hedge funds. Potrei chiudere qui l'articolo, la prova della manipolazione in atto è palese. Ma facciamo un passo indietro per mettere la situazione in prospettiva. 

Il 20 luglio scorso qualcuno, a mercati pressoché chiusi a livello globale, ha scaricato un nozionale di 2,7 miliardi di dollari su futures aurei, portando a un flash crash sostanziatosi in un calo del 4,2% a quota 1086 dollari l'oncia, il livello più basso dal marzo 2010 e trasportando in ribasso tutti i metalli preziosi? E, altra coincidenza, quando Wall Street aveva chiuso da pochi minuti, ecco altri 550 milioni di nozionale scaricati da una manina misteriosa e prezzo ancora sotto la soglia di 1100 dollari? Ovviamente non si sa chi sia stato, ma ironia della sorte, pochi istanti prima del flash crash la Banca centrale cinese aveva rivisto al rialzo i dati delle sue riserve auree comunicati il venerdì precedente, portando il dato a 53,32 milioni di once dai precedenti 53,31 e comunicando che rispetto al dato del 2009 l'aumento è stato del 57%. Ma si sa, la Cina compra fisico e non carta. 

Direte voi, cosa c'entra Pechino con questa dinamica? Ve lo faccio dire fa Anthem Blanchard, ceo della Anthem Vault, a detta del quale «dato che la Cina è l'epicentro del mercato dell'oro fisico, ha senso che il governo voglia che Shanghai soppianti il mercato dei derivati Comex come primario meccanismo di prezzatura a livello mondiale». Inoltre, il mese scorso Bank of China è diventata la prima banca cinese a entrare a far parte del gruppo di istituzioni che fissa il prezzo benchmark della London Bullion Market Association e altri due istituti cinesi hanno fatto richiesta di ingresso. 

Per Julian Phillips, fondatore della GoldForecaster, «questo consentirà alle banche cinesi di partecipare al mercato dell'oro su basi globali». Ma va anche oltre: «New York e Londra sono stati generalmente gli hub per la prezzatura dell'oro, ma con così poco oro fisico che passa dal Comex, questa appare una distorsione di domanda e offerta, visto che riflette soltanto lo stile di trading degli speculatori». In effetti, il delivery al Comex riguarda solo il 5% dei contratti stipulati. Per questo, «la Cina non può più accettare di essere ostaggio di New York e Londra nell'esercizio della fissazione dei prezzi. Finora hanno tenuto il prezzo dell'oro ben al di sotto di quanto rifletta la ratio domanda/offerta e, nonostante Pechino non voglia un prezzo incontrollato, non può nemmeno accettare che Usa e Uk abbiano il controllo su un mercato in cui sono players minori».