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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I fallimenti in arrivo per Brasile e Arabia Saudita

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Insomma, la questione è seria perché in quei paesi i banchieri centrali sono paralizzati tra la Scilla del “non posso tagliare i tassi per favorire la crescita” e la Cariddi del “non posso alzare i tassi per bloccare l’inflazione”: il combinato peggiore per nazioni che si basano sull’esportazione di materie prime in un ciclo ribassista dopo il super-rally degli scorsi anni. Basti pensare che le valute delle nazioni in via di sviluppo sono scese ai livelli minimi dal 1999 e i bonds denominati in queste monete hanno bruciato cinque anni di guadagni, come ci mostra il grafico a fondo pagina.

Per Morgan Stanley è il Brasile l’epicentro di quanto sta accadendo nei mercati in via di sviluppo, pagando il prezzo a tre criticità: credito, leverage cinese e politica espansiva Usa che sta per finire, un combinato che ha alzato il livello del rischio e che «appare soltanto a metà del suo ciclo». Subito dopo ecco Turchia e Sudafrica, seguiti dall’Indonesia e da grandi esportatori di commodities come Russia e Colombia. Il problema ulteriore è capire se il trend negativo a livello commerciale sia ciclico, ovvero legato al crollo dei prezzi delle commodities o strutturale ed endemico: i volumi del commercio globale, infatti, a parte una breve ripresa nel 2010, dall’inizio della crisi finanziaria a oggi sono scesi ben al di sotto dei livelli degli anni Novanta e dei primi anni Duemila. Inoltre, il commercio non è più un driver dell’economia globale, visto che un dollaro di trade oggi garantisce la metà dell’aumento di produzione globale di quanto non abbia fatto tra il 1986 e il 2000, stando a dati della Banca Mondiale. Per i mercati emergenti, storicamente dipendenti dall’export, la sfida è quindi doppia.

Insomma, il problema è chiaro: se la crisi del commercio non è ciclica e quindi andiamo incontro a un periodo prolungato di bassa domanda per i prodotti che i mercati emergenti esportano e su cui basano la loro economia, in molti potrebbero perdere lo status di emergente ed essere riclassificati come mercati di frontiera, facendo il paio con molte nazioni africane. Come verrà gestita, però, questa eventuale transizione al ribasso a livello sociale, visto che proprio l’export a cannone degli ultimi anni aveva elevato gli standard di vita media in quei paesi?

E una vittima eccellente di questa dinamica potrebbe essere la ricca Arabia Saudita, visto che se il mercato dei futures petroliferi resta un buon indicatore, Riyad sarà in guai seri entro due anni e potrebbe entrare in una crisi strutturale entro la fine di questa decade. Il prezzo per il contratto futures per il crude Usa consegna dicembre 2020 è infatti a quota 62,05 dollari, un livello che implicitamente ci parla di un drastico cambio di rotta nel mercato delle commodities energetiche e di medio termine. Insomma, quando lo scorso novembre l’Opec a guida saudita ha giocato l’azzardo di non supportare i prezzi tagliando la produzione, ha compiuto un grosso errore, esattamente come l’aver giudicato male i break-even e i livelli produttivi cui sarebbe potuto arrivare il comparto shale Usa se messo sotto stress.

Il contesto è duro: lo studio di consulenza Wood-Mackenzie stime che le principali compagnie di gas e petrolio abbiano già tagliato 46 progetti di grandi dimensioni, spostando in avanti investimenti per 200 miliardi di dollari. I costi della trivellazione sono troppo alti in Arabia Saudita, inoltre, mentre negli Usa nonostante gli impianti siano scesi a 664 dai 1608 dello scorso ottobre, la produzione è ancora ai massimi da 43 anni a 9,6 barili al giorno.