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SPY FINANZA/ I fallimenti in arrivo per Brasile e Arabia Saudita

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Certo, finora i produttori Usa hanno goduto di contratti di hedging che hanno mantenuto il prezzo del barile a circa 85-90 dollari, mentre tra ottobre e fine anno quella copertura finirà e sarò negoziabile in area 65 al massimo, ma se per caso il petrolio dovesse raggiungere quel prezzo anche sul mercato, tutti gli impianti attualmente chiusi nei vari bacini statunitensi potranno riaprire immediatamente e essere operativi, inondando di altro petrolio il mondo. Basti dire che solo il giacimento Permian Basin in Texas potrebbe produrre sul lungo termine 5-6 milioni di barili al giorno, più del gigantesco impianto saudita di Ghawar, il più grande del mondo.

Le entrate governative saudite dipendono al 90% dal petrolio e già dai tempi delle primavere arabe gli outflows di capitali sono saliti di molto, raggiungendo l’8% del Pil annuale prima del crollo del prezzo del petrolio e quindi si sono bruciate riserve valutarie estere per stare a galla. Dal picco di 737 miliardi di dollari dell’agosto 2014, le riserve sono scese a 672 a maggio di quest’anno e stanno calando al ritmo di 12 miliardi al mese: il deficit fiscale, insomma, viene coperto dollaro dopo dollaro dalle riserve. Le quali non sono poi così grandi, visto il sistema di cambio fisso del Paese, tanto che Kuwait, Qatar e Abu Dhabi hanno il triplo delle riserve saudite pro-capite: insomma, il cuscinetto di difesa, con questi prezzi al barile, è di meno di due anni.

Non a caso, lo scorso febbraio Standard&Poor’s ha rivisto a “negativo” l’outlook del Paese, visto che l’economia saudita «non è diversificata ed è vulnerabile a un netto e sostenuto calo dei prezzi del petrolio». Oltretutto, Riyad non ha mai adottato la politica norvegese di ottimizzazione, ovvero utilizzare un fondo sovrano per riciclare i petrodollari, ma ha utilizzato gli introiti del greggio come un salvadanaio per il ministero delle Finanze. Perché? Perché la spesa sociale è l’unico collante che tiene insieme un regime wahabita medievale in tempi di fermento violento della minoranza sciita della provincia orientale, di attacchi dell’Isis e dei contraccolpi dell’invasione dello Yemen. Di più, la spesa diplomatica è ciò che sostiene la sfera di influenza saudita in un Medio Oriente che sta vivendo la sua versione della Guerra dei Trent’anni e paga il prezzo di primavere eterodirette che hanno portato solo maggiore instabilità politica, Egitto e Libia in testa.

Insomma, le criticità non mancano. La visione politica per affrontarle in tempo, mi pare di sì. 



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