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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Cina, il "bis" del 1997 che può servire agli Usa

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Ma attenzione, perché paradossalmente il rischio maggiore non è quello borsistico e nemmeno economico a livello di crescita, ma, tanto per cambiare, finanziario. Nel dicembre del 2014, la Banca per i regolamenti internazionali (Bri) mise in guardia dai crescenti rischi associati al carry trade globale, ovvero all'indebitamento in valute con basso tasso di interesse per prendere profitto dal differenziale. L'istituto stimava che dal 2000 l'ammontare di questi trades era quadruplicato raggiungendo i 9 triliardi di dollari e che stava crescendo a un tasso di 5,5x più veloce della crescita globale nello stesso periodo. Stiamo parlando di un ammontare che tramutava in ridicolo qualsiasi cosa vista in passato e infatti la Bri avvisò ripetutamente riguardo le potenziali ripercussioni finanziarie cui si sarebbe andati incontro se improvvisamente e simultaneamente quei trades fossero saltati. Esattamente quanto accadde con la crisi valutaria asiatica del 1997, resa particolarmente dura dall'esplosione di carry trades per un controvalore tra i 300 e 500 miliardi di dollari: oggi l'ammontare complessivo è 9 triliardi! 

Il carry trade che maggiormente preoccupa è quello basato, ovviamente, sul dollaro, visto il grado di leverage che normalmente porta con sé: cioè si prendono in prestito dollari e li si investe in un altro Paese, ma così facendo si incorre in due rischi, quello tipico dell'investimento, ma anche quello valutario dovuto alla conversione dei dollari nella valuta nazionale del Paese in cui si vuole operare. La Bri stima che i carry trades che coinvolgono prestiti in dollari Usa in Cina potrebbero rappresentare da un quarto a un terzo del totale dei 9 triliardi stimati a livello globale, dato che la popolarità di questa pratica crebbe molto dal 2006 in poi, visto che la forte crescita cinese e l'apprezzamento dello yuan sul dollaro rendevano l'operazione lucrativa sia a livello di investimento che valutario. 

Ora, se davvero la Cina intende continuare a svalutare - rimangiandosi la promessa dell'evento una tantum - nei confronti del dollaro, il rischio è quello che le posizioni short sul biglietto verde nei carry trades comincino a tramutarsi in perdite e margin calls visto che il dollaro si apprezzerà sullo yuan, forzando gli investitori a liquidare parte delle loro posizioni. A far paura è il fatto che se per costruire quell'ammontare enorme di posizioni ci sono voluti anni, le stesse possono saltare improvvisamente e di colpo, scatenando una reazione di enorme magnitudo su mercati ed economie. 

Sapete cosa accadde durante la crisi asiatica del 1997-1998, quando l'ammontare dei carry trades era quasi 20 volte meno di quello stimato oggi? Lo won sudcoreano perse il 34% contro il dollaro, il baht thailandese il 40%, il Pil della Corea del Sud calò del 34%, mentre l'indice USD salì del 13% contro un paniere delle principali valute mondiali. E ancora, l'indice Standard&Poor's 500 calò del 15% nel 1997, poi andò in rally, salvo cadere del 20% ancora nel 1998, l'indice Nikkei scese del 36%, il prezzo dei titoli sudcoreani precipitò del 58%, il rendimento del Treasury Usa a 30 calò dal 7% al 4,2% e, udite udite, il prezzo del petrolio scese del 62%! Non a caso, la crisi asiatica contribuì al default russo del 1998, il quale a sua volta portò al collasso del fondo Long Term Capital Management (Ltcm) che richiese alla Fed un salvataggio da 3,625 miliardi di dollari e l'abbassamento di un punto percentuale dei tassi per contenere il contagio.


COMMENTI
13/08/2015 - Giornata storica (Moeller Martin)

Oggi è una giornata storica: Bottarelli fà un errore in campo finanziario! I cinesi non stanno ne svalutando ne tanto meno conducendo una guerra dei cambi, ma hanno semplicemente smesso di difendere il sistema di cambio fisso per lo Yuan lasciandolo fluttuare liberamente, così come da sempre fanno tutte le valute del mondo occidentale. La procedura, ben descritta in un articolo dello Spiegel, è identica a quelle usata dalla BCE e la FED, ovvero si fissa una parità centrale ed una finestra di oscillazione, nel caso cinese il +/- 2%, che rappresenta un valore assolutamente tipico. Se nel corso delle contrattazioni si supera questa soglia, la banca centrale interviene per limitare le fluttuazioni, ma a fine giornata si prende atto delle variazioni di mercato aggiornando la parità centrale al valore di chiusura precedente. Le cause, le conseguenze, i progetti politici così come le strategie finanziarie ed il loro almeno parziale fallimento sono un altro tema. Non scordiamo però che tra tutti i paesi precipitati nel pantano comunista nessuno ha saputo neanche lontanamente fare meglio della Cina.