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SPY FINANZA/ Cina, il "bis" del 1997 che può servire agli Usa

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Attenzione, i cinesi stavolta fanno sul serio nel volerci spaventare, quindi in base al detto "can che abbaia non morde", significa che sono loro ad aver paura. Lo dimostrerebbe quanto accaduto ieri, se posto in relazione alla parole espresse dal portavoce della Pboc il giorno prima, ovvero il martedì della prima svalutazione dello yuan. Eccole: «La Banca centrale non ha basi economiche per una costante svalutazione dello yuan e quindi questa non continuerà. Quanto accaduto renderà il tasso di fixing più ragionevole». Come dire, una mossa una tantum. E invece no, perché ieri le autorità cinesi hanno svalutato nuovamente (di un altro 1,62% circa) lo yuan sul dollaro, oltretutto con una dinamica innescatasi in base alla quale già oggi il cambio off-shore dello yuan sta pericolosamente divergendo da quello ufficiale. E nonostante ieri lo yuan tradasse ai minimi da quattro anni sul biglietto verde, l'organo ufficiale del governo, Xinhua, dichiarava che «la Cina non sta conducendo una guerra valutaria, sta soltanto cercando di sanare una discrepanza». Alla faccia del tentativo di sanare, vista la reazione di tutte le Borse mondiali e visto anche il fatto che da martedì l'indice Msci dei mercati emergenti è entrato in correzione, ovvero con un calo di almeno il 20% dai massimi. 

Cosa vuole fare la Cina? Scatenare un fallout borsistico per vendicarsi del no del Fmi all'inclusione dello yuan nel paniere delle monete benchmark Sdr di due settimane fa? Vuole inviare un segnale chiaro agli investitori nei loro turbolenti mercati interni, ovvero di stare tranquilli che la Pboc è pronta a tutto, svalutazioni incluse, pur di sostenere i corsi? Una cosa è certa, anche se le mosse non sono state una tantum ma due consecutive, il taglio operato sul cross yuan/dollaro è troppo poco per farci pensare davvero a una svalutazione competitiva per pompare l'export, visto che gli effetti sulla bilancia commerciale - al netto del rallentamento macro - sarebbero acqua fresca. 

Per mettere la cosa in prospettiva, il Giappone per vedere qualche effetto sulla propria economia, tra l'altro già bruciato sia a livello di dinamiche salariali che di aspettative inflazionistiche, ha dovuto svalutare lo yen di circa il 35%. Così facendo lo yuan diventa una mina vagante nel contesto della produzione e del commercio mondiale e Pechino lo sa benissimo, chissà che lo capiscano anche al Fmi. Anche perché la mossa cinese ha schiantato i tassi di interesse Usa e avendo la Cina già scaricato oltre 140 miliardi di debito a stelle strisce tra aprile e giugno scorsi attraverso il proxy belga di Euroclear - al netto dei riacquisti ufficiali cinesi, il dump è stato di oltre 90 miliardi -, quell'aumento del valore della carta Usa potrebbe tentare i mandarini verso ulteriori, fruttuose liquidazioni. 

Non so se lo avete capito, ma siamo ufficialmente in guerra, senza armi che sparano ma con comunque fortissimi rischi di tenuta del sistema. Attenzione, perché temo un secondo capitolo della crisi asiatica, un po' più rumoroso e peggiore del primo. Mettiamo in prospettiva. Dal 2014, i cinesi avevano legato la loro valuta al dollaro in rafforzamento attraverso un cambio fisso e l'hanno vista apprezzare come molte altre, proprio a causa del traino del biglietto verde. Durante lo scorso anno, ad esempio, il dollaro e lo yuan si sono apprezzate del 20%, 25% e 12% rispetto a euro, yen e won sudcoreano, ovvero verso le tre monete utilizzate dai principali partner commerciali della Cina. Quindi, mantenere un peg fisso con il dollaro ha eroso la crescita dell'export cinese, visto che le merci prodotte in Cina erano diventate troppo care per i paesi importatori che non fossero gli Usa. Di converso, in Cina lo yuan in crescita ha portato con sé ulteriore pressione deflazionistica sui beni importati da nazioni le cui monete si erano deprezzate, anche in questo caso Usa esclusi. Quindi, la Cina ha deciso che i benefici del peg sul dollaro non pareggiavano i danni creati all'economia e ha svalutato, ma, come dicevo prima, troppo poco per innescare un processo di svalutazione competitiva serio. Quindi, delle due l'una: o Pechino sta mentendo e continuerà a svalutare, magari preparandosi a un proprio programma di Qe, oppure ha voluto mandare solo un segnale al mondo, facendo spaventare le Borse e anche chi gli ha chiuso la porta in faccia al Fmi, trattando lo yuan come una qualsiasi valuta emergente. 


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COMMENTI
13/08/2015 - Giornata storica (Moeller Martin)

Oggi è una giornata storica: Bottarelli fà un errore in campo finanziario! I cinesi non stanno ne svalutando ne tanto meno conducendo una guerra dei cambi, ma hanno semplicemente smesso di difendere il sistema di cambio fisso per lo Yuan lasciandolo fluttuare liberamente, così come da sempre fanno tutte le valute del mondo occidentale. La procedura, ben descritta in un articolo dello Spiegel, è identica a quelle usata dalla BCE e la FED, ovvero si fissa una parità centrale ed una finestra di oscillazione, nel caso cinese il +/- 2%, che rappresenta un valore assolutamente tipico. Se nel corso delle contrattazioni si supera questa soglia, la banca centrale interviene per limitare le fluttuazioni, ma a fine giornata si prende atto delle variazioni di mercato aggiornando la parità centrale al valore di chiusura precedente. Le cause, le conseguenze, i progetti politici così come le strategie finanziarie ed il loro almeno parziale fallimento sono un altro tema. Non scordiamo però che tra tutti i paesi precipitati nel pantano comunista nessuno ha saputo neanche lontanamente fare meglio della Cina.