BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINANZA E POLITICA/ I pro e i contro della "rivoluzione" cinese

Pubblicazione:venerdì 14 agosto 2015

Xi Jinping (Infophoto) Xi Jinping (Infophoto)

Insomma, secondo questa versione, Pechino ha deciso di rilanciare la sua locomotiva economica, sempre orientata sulla crescita dell'export, con una svalutazione competitiva oltre che con le misure espansive già avviate sul fronte monetario. Una strategia nemmeno troppo diversa rispetto all'Abenomics giapponese che, pur negando la volontà di svalutare sul dollaro, ha favorito il deprezzamento della moneta. O rispetto alla politica di Mario Draghi: l'espansione monetaria ha prodotto, tra le altre conseguenze, l'indebolimento dell'euro con forte giovamento per l'industria manifatturiera. Ma il Drago cinese, date le dimensioni, fa comunque rumore. E rischia di complicare i calcoli della Federal Reserve: una rivalutazione del dollaro comporta grossi problemi per la Corporate America; non solo diventa più difficile esportare, ma, ancor più grave, i profitti realizzati fuori dagli Usa valgono di meno, una volta incorporati nei bilanci delle case madri. Il rischio, insomma, è che si inneschi una guerra valutaria, con il rischio di rallentare l'aumento dei tassi Usa e di alimentare con nuovo ossigeno, la bolla monetaria.

Ma c'è un'altra spiegazione, confortata dalle parole del banchiere cinese. Il presidente Xi Jinping, che tra un mese si recherà in visita ufficiale a Washington, attribuisce grande importanza strategica all'ingresso dello yuan nel paniere dei diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale, assieme a dollaro, euro e yen. È un passaggio strategico decisivo per legittimare gli sforzi di Pechino per acquisire un peso e un prestigio internazionale adeguato alla forza della sua economia. Dalla nascita della Aiib (Asian infrastructure investment bank) agli investimenti nelle Borse europee (con un occhio particolare per Piazza Affari) la dirigenza di Pechino non ha lesinato gli sforzi per dimostrarsi degna di entrare nel club più esclusivo. Ma, dopo segnali incoraggianti da Washington, negli ultimi tempi l'atmosfera si era fatta meno promettente. 

Certo, nessuno discute la solidità di una moneta che ha alle spalle 3.500 miliardi di dollari di riserve valutarie, ma la forza finanziaria non è l'unico requisito richiesto: Pechino, prima di ottenere il visto, deve dimostrate che lo yuan èfreely usable e non una moneta manipolata a vantaggio della politica cinese. Il ricorso a regole più flessibili nella fissazione dei cambi, insomma, risponde all'esigenza di venire incontro alle richieste del Fmi. Anche perché la decisione sulla composizione dei diritti speciali di prelievo dovrà esser presa di qui a pochi mesi. E, particolare non da poco, le regole prevedono che i diritti speciali possano esser modificati solo ogni cinque anni. Ora o mai più, dunque. 

La posta in gioco è altissima. Il mondo ha molto da guadagnare dall'ingresso a pieno titolo della Cina nel governo del sistema finanziario globale. Ma perché la rivoluzione non si traduca in un disastro, occorre che il mondo si fidi della Cina. Ovvero che Pechino, in vista della convertibilità piena della sua moneta (ci vorranno 2-3 anni, prevede il Fondo monetario internazionale) non usi lo yuan debole come arma per una concorrenza commerciale sleale. 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.