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SPY FINANZA/ I numeri che "fanno arrossire" Draghi

Pubblicazione:sabato 15 agosto 2015

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Come vi ho detto praticamente già del suo annuncio lo scorso marzo, il Qe della Bce non serve a niente e ieri abbiamo avuto la conferma ufficiale. Nel secondo trimestre, in base alla prima stima di Eurostat, il Pil dell'area euro ha rallentato a +0,3% congiunturale dal +0,4% del primo trimestre di quest'anno. Rispetto al secondo trimestre 2014, il Pil dell'Eurozona è sì cresciuto dell'1,2% contro il +1% del primo trimestre, ma entrambi i dati sono stati inferiori dello 0,1% rispetto alle attese, tiepide, del mercato. Malgrado il massiccio programma di Quantitative easing da parte della Bce, dunque, la ripresa in Eurolandia resta ancora debole. La crescita più forte del Pil su base annua è stata registrata da Spagna e Slovacchia (+3,1%), mentre il dato peggiore è quello della Finlandia (8-1%), che è pure in deflazione (-0,1%). L'Italia cresce sempre meno di Eurolandia, +0,2% su base trimestrale contro +0,3% e +0,5% annuo contro +1,2%, ma non ditelo a Matteo Renzi, altrimenti siete dei gufi e non capite la portata rivoluzionaria e storica del Jobs Act. 

Ma ecco il dato peggiore: a luglio, sempre secondo Eurostat, l'inflazione dell'Eurozona è rimasta stabile allo 0,2% su base annua, lo stesso valore registrato a giugno, mentre è scesa dello 0,6% rispetto al mese precedente. Torna quindi a incombere lo spettro della deflazione, proprio la malattia che il Qe doveva debellare, visto che sono già in questa condizione la Grecia (-1,3% su base annua), Cipro (-2,4%), Slovenia (-0,7%) e Finlandia (-0,1%) e anche il quadro generale non è affatto quello che sperava di ottenere Mario Draghi, come ci mostra il grafico a fondo pagina. 

Ma entriamo nello specifico. L'economia tedesca nel secondo trimestre ha registrato una leggera accelerazione, mentre quella francese è rimasta stagnante: il risultato è che la distanza fra le prime due economie di Eurolandia si allarga. La Germania ha dunque avuto una crescita del Pil dello 0,4% rispetto al primo trimestre, meno dell'atteso +0,5%, ma meglio dello 0,3% dei primi tre mesi dell'anno, mentre su base annua l'incremento del Pil è stato dell'1,6%. A trainare la crescita sono state le esportazioni, le quali però ora rischiano di pagare dazio alla guerra valutaria innescata dalla Cina e che sta già schiantando gli emergenti dell'Asia, mentre gli investimenti sono stati deboli. In Francia il Pil è rimasto invece invariato rispetto ai precedenti tre mesi, dopo un incoraggiante +0,7% nel primo trimestre, mentre su base annua l'aumento è stato dell'1%. Il ministro dell'Economia, Michel Sapin, ha mantenuto a +1% le sue stime sulla crescita nel 2015, promettendo che il governo attuerà i suoi programmi di tagli alle tasse alle imprese. Stando a Julien Manceaux, economista di Ing, «c'è l'inizio di una ripresa, ma poiché il mercato del lavoro non migliora c'è il rischio che possa sgonfiarsi come un soufflé». Il ritorno del Pil a crescita zero è però un segnale preoccupante sia per il governo Hollande, che dovrà muoversi a portar avanti le riforme strutturali necessarie per rilanciare l'economia del Paese, sia per il governatore Mario Draghi, che dovrà togliersi dalla testa la possibilità di interrompere con anticipo il programma di Quantitative easing, nonostante la già oggi presente scarsezza di bond eligibili all'acquisto: abbasserà il rendimento minimo o comincerà a comprare Etf come i giapponesi? 

 


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