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FINANZA E POLITICA/ Bcc, una riforma in cui tutti possono vincere

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Alessandro Azzi, presidente Federcasse (Infophoto)  Alessandro Azzi, presidente Federcasse (Infophoto)

L’Esecutivo italiano ha scelto di non imporre autoritativamente il cambiamento alle Bcc: come invece è avvenuto per le grandi Banche Popolari, obbligate a trasformarsi in Spa. È stata invece data fiducia - lungo un percorso parallelo a quello individuato per le Fondazioni bancarie - alla capacità di autoriforma di un sistema che si confronta alla pari con i sistemi gemelli nell’Europa continentale (dalla Germania, alla Francia, all’Olanda) e che ha già dimostrato più volte di sapersi misurare con l’innovazione. L’ultima risale al 1994, con l’avvento di un nuovo Testo unico bancario allineato a una regulation Ue che continua a rispettare il credito cooperativo come unica eccezione complementare al modello-base di banca impresa orientata al profitto. È stato quindi lasciato spazio al confronto operativo fra le Bcc e la loro Federazione e la Banca d’Italia, che ha potuto esercitare appieno i poteri di supervisione domestica lasciati dall’Unione bancaria alle authority nazionali. E la sintesi di merito di un confronto serrato e costruttivo hanno trovato spazio nelle ultime Considerazioni finali del Governatore Ignazio Visco.

“Affinché le banche di credito cooperativo possano continuare a sostenere territori e comunità locali preservando lo spirito mutualistico che le contraddistingue - ha detto Visco lo scorso 26 maggio all'Assemblea annuale di Bankitalia - vanno perseguite forme di integrazione basate sull’appartenenza a gruppi bancari. La scarsa diversificazione dei rischi e la difficoltà di irrobustire il patrimonio stanno determinando, in non pochi casi, situazioni di crisi. L’associazione di categoria è impegnata a formulare proposte concrete, che saranno valutate alla luce della loro capacità di rimuovere gli ostacoli alla ricapitalizzazione e di risolvere i problemi di questi intermediari. Il cambiamento non può essere procrastinato”.

Già pochi giorni dopo la Federcasse - l’associazione di categoria citata da Visco - ha votato un pacchetto completo di linee di autoriforma, che alla fine di luglio è stato ribadito dal comitato esecutivo. Se il calendario lo avesse consentito, le proposte sarebbero già in discussione nelle aule parlamentari: che immediatamente dopo la pausa estiva saranno comunque chiamate a “restituire” nei tempi più stretti possibili un provvedimento di legge. Non un punto di arrivo ma un punto di partenza sicuro per gli aggiornamenti di governance e i piani industriali con cui le Bcc e le loro strutture centrali daranno sostanza alla riforma nelle imprese e sul mercato.

"Patto di coesione", "meritevolezza", e "Gruppo Bancario Cooperativo" sono le parole-chiave del progetto di autoriforma: destinate a rafforzare - e non a cancellare - le radice orizzontale del Credito cooperativo. Nel disegno Federcasse-  è emerso anche dalle prime indicazioni fornite dal presidente Alessandro Azzi - ciascuna Bcc sarà d’ora in poi chiamata ad esprimere una propria "meritevolezza" parametrata su indicatori di solidità, efficienza, trasparenza. Più "meritevole" il singolo istituto si confermerà via via all’esame della propria "capo-gruppo", più rimarrà "sovrano" sulla propria operatività. Un "patto di coesione" di nuova generazione è destinato a rafforzare la responsabilità reciproca in chiave di vigilanza mutualistica: ciascuna Bcc deve rispondere in misura più strutturata alle consorelle, che sono d’altronde chiamate a garantire più e meglio di prima la stabilità domestica dell’intero Credito cooperativo.

Una volta che governo e Parlamento avranno consegnato il nuovo "manuale di governance", le Bcc saranno subito chiamate alla "fase due": la costruzione del Gruppo Bancario auspicato dalle autorità creditizie. L’opzione Federcasse per il gruppo unico nazionale è evidente ed è ispirata all’impulso stesso della riforma: consolidare il Credito cooperativo, non indebolirlo. Renderlo più competitivo sul mercato euro dei servizi bancari, non aprirlo a laceranti concorrenze interne, magari con una "caccia all’iscrizione" - e magari caricata di strumentalizzazioni politiche - che selezionerebbe alla rovescia le banche più forti da quelle che hanno più bisogno di recuperare "meritevolezza".



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